Giovedì 29 Febbraio

DON FARINA: “PER TUTTO, RINGRAZIO IL BUON DIO”

Il concittadino don Luciano Farina quest’anno celebrerà il 50° di ordinazione sacerdotale. In questa intervista ripercorre con noi qualche passaggio di questo suo percorso.

Don Luciano, quest'anno saranno ben cinquanta di ordinazione presbiterale: come ti senti e come li senti?

Sinceramente, guardandomi indietro, faccio fatica a convincermi che siano passati cinquant’anni da quel lontano 28 giugno 1967. Essendo però un dato di fatto, non posso fare altro che ringraziare il Buon Dio per tutto quello che mi ha dato da vivere, rimanendo disponibile per tutto quello che la Sua volontà deciderà per i prossimi anni, pochi o tanti che siano.

Come successe che un sacerdote diocesano finisse in Burundi?

Punto di partenza di tutta la mia storia sacerdotale è stato l'incontro con un gruppo di sacerdoti, tra i quali era presente anche don Giulio Farina, che vivevano una forma di fraternità in alcune piccole parrocchie della bassa milanese. Il contesto di scristianizzazione e di povertà di quei paesini dava a quella loro fraternità un carattere di testimonianza evangelica e missionaria. Il Concilio Vaticano II, celebrato in quegli anni, e la scoperta delle situazioni di miseria e di abbandono in cui vivevano popolazioni intere di quello che allora veniva chiamato il Terzo Mondo furono le ragioni che ci portarono ad esprimere la nostra disponibilità ad impegnarci in quel campo. La disponibilità espressa divenne decisione dopo un incontro casuale con un vescovo del Burundi, monsignor Makarakiza, in viaggio qui in Italia proprio in cerca di sacerdoti per la sua diocesi di Gitega. Il primo tra di noi partì nel 1969; altri due partirono nel 1970 e all'inizio del 1972; la mia partenza per il Burundi si è concretizzata il 7 dicembre 1972.

Tu ci sei stato in tempo di guerra: come hai deciso di rimanere e che cosa ti ha lasciato quel tempo?

Purtroppo anche la guerra ha fatto parte della storia vissuta in questi cinquant’anni. Dopo un primo periodo trascorso in condizioni di relativa calma che, tra l'altro, ci aveva permesso di operare in diversi settori a servizio della popolazione locale e nel tentativo di creare condizioni capaci di dare inizio a un minimo di sviluppo, tutto è saltato con lo scoppio della guerra civile nel 1993. La storia recente del Burundi, dall'indipendenza nel 1962 in avanti, è tutta segnata da rivalità interne a carattere etnico. Ciò che però è avvenuto dal mese di ottobre 1993 fino al mese di agosto 2004, ha avuto una violenza ed un’estensione su tutto il territorio che prima di allora non si era mai verificata. La decisione che allora abbiamo comunitariamente preso di restare - sacerdoti, ­religiosi, religiose, laici - ha voluto essere un segno di vicinanza e di fedeltà alla gente disorientata che in quel momento non aveva altri punti di riferimento se non le realtà parrocchiali. Ciò che è rimasto di quella drammatica esperienza vissuta in condizioni alcune volte davvero inumane, è la constatazione dolorosa che sono sempre i più piccoli e i poveri a farne le spese.

Quando sei stato in Burundi l'ultima volta? Che cosa hai trovato?

Sono stato in Burundi proprio recentemente, da novembre 2016 a gennaio 2017, e purtroppo ho ritrovato una situazione di nuovo a rischio di esplosione. Per l'Africa, il cammino verso una vera democrazia è di fatto un cammino che sarà ancora lungo. Una capacità di condivisione del potere e quindi anche di una possibile alternanza è qualcosa che è ancora al di là da venire. E così, da due anni a questa parte, la situazione è di nuovo tornata critica. Come ho già detto, i primi a farne le spese sono i più piccoli: l'economia si ferma, la povertà aumenta, la gente delle colline torna a mancare del minimo necessario. Dopo anni di relativa autosufficienza alimentare, questa volta ho risentito la gente parlare di fame, di famiglie che non riescono a mangiare neanche una volta al giorno.

A tuo avviso, che cosa ci insegna oggi la Chiesa africana?

Tenendo presente che la popolazione africana è una popolazione giovane, anche la Chiesa è segnata da questa caratteristica con tutto quello che ne deriva: vitalità, freschezza, generosità, apertura al nuovo, capacità di testimonianza, senso religioso. Non voglio certo idealizzare la realtà ecclesiale africana, ma su certi aspetti ha sì qualcosa da insegnarci, primo fra tutti la corresponsabilità nella conduzione della vita ecclesiale.

E' vero che l'Africa rimane nel cuore: anche tornato non hai smesso di occupartene... Cosa fa adesso don Luciano, in questa nuova stagione della vita?

In effetti, nel 2004 io sono rientrato in Italia e da allora vivo come sacerdote residente con incarichi parrocchiali nella parrocchietta di Casirate con Mettone, due piccole frazioni del Comune di Lacchiarella. E' stato questo il punto di partenza di tutto quanto vissuto in questi cinquant’anni ed è ancora questo il punto di riferimento di tutti noi. Questo mi dà la possibilità di tenere i contatti con tutti quelli che sono ancora in missione e dà anche a me la possibilità di incontrarli là dove sono in occasione di viaggi missionari. Continua poi il coinvolgimento nella onlus V.I.S.P.E. (Volontari Italiani Solidarietà ai Paesi Emergenti – www.vispe.it - ndr) soprattutto per quanto riguarda la formazione alla missionarietà e alla mondialità dei più giovani.

Fai parte di una generazione che in breve tempo espresse a Cernusco tante vocazioni sacerdotali e missionarie: cosa ci fu di speciale in quegli anni? E' una cosa che potrebbe ripetersi?

Sinceramente non so dare una risposta a questa domanda. Mi pare però di poter dire che in quegli anni un insieme di fattori religiosi, sociali e politici avevano creato sensibilità e anche sogni che portavano a fare certe scelte. Anche qui non voglio idealizzare niente, soltanto constato. Non mi sento in grado di dire se una situazione del genere potrà mai ripetersi.

Giancarlo Melzi
(Redazione di Voce Amica)

Cernusco sul Naviglio, 6 aprile 2017