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Mercoledì 27 Maggio

IL MIRACOLO DELL’AMORE


Nell’attuale piazza del Corpus Domini, in pieno centro a Torino, avvenne nel 1453 un clamoroso miracolo eucaristico. In quel tempo il Regno di Francia ed il Ducato di Piemonte-Savoia erano in stato di guerra. Le truppe dei due eserciti, che si scontravano nella valle d’Oulx, compivano saccheggi e violenze ovunque passavano. Della situazione, come sempre, ne approfittarono anche i comuni malfattori. Si mescolavano con le truppe, entravano nelle case e nelle chiese e rubavano tutto. Un tale, ladro di professione, aveva fatto un grosso bottino di vasi sacri, calici, pissidi, ostensori, e aveva messo tutto alla rinfusa in due sacchi, che caricati sul mulo, portò a Torino. Per la fretta aveva messo nei sacchi anche un ostensorio che aveva al suo interno la grande Ostia pronta per essere esposta all’adorazione dei fedeli. Il 6 giugno 1453 entrò in città a Torino con il mulo, stremato di forze per il lungo viaggio e giunto sulla piazza Maggiore, oggi del Corpus Domini, il mulo non volle più andare avanti. Il ladro bastonò di santa ragione quella povera bestia che stramazzò al suolo con un tonfo e la refurtiva cadde a terra, uscendo dal sacco. Tra quei vasi sacri, c’era un bellissimo ostensorio con dentro l’Ostia. L’ostensorio cominciò a staccarsi da terra salendo sempre più in alto superando i tetti delle case dove tutti potevano vederlo. Era lì presente per caso un sacerdote, che capì cosa stesse accadendo e quindi avvertì subito il vescovo, il quale, arrivato, si mise in ginocchio con tanta altra gente. Mentre il vescovo pregava, l’ostensorio precipitò a terra, ma vuoto: l’Ostia luminosa e splendente era rimasta lassù, sospesa nell’aria. Il vescovo, indossati i paramenti, prese un calice e pregò con il popolo: “Resta con noi, o Signore, che si fa sera” e sotto lo sguardo di centinaia di persone l’Ostia scese lentamente verso il calice, mentre decine di persone venivano guarite. L’Ostia miracolosa venne conservata per 130 anni e poi fu consumata per ordine della Santa Sede con la motivazione. "Per non obbligare Dio a fare un perpetuo miracolo, conservandola intatta”.

L’amore guarda alto, nel cielo azzurro, dove è più facile leggere l’infinito, come una lente che ti permette di vedere oltre il visibile. Chi guarda in alto cerca sempre qualcosa di unico e dimentica se stesso. Il confine del cielo è L’Amore, che toccando la terra, bacia l’umanità con il tocco della sua grazia. L’amore per sua natura non sta da solo, per questo il cielo si è abbassato e la Parola si è mescolata, come il sale nei cibi, con l’esistenza delle genti. Quando si parla di uomo inevitabilmente di parla di Dio, perché Dio è Amore e l’uomo è il suo frutto. Non è pensabile che un frutto sia estraneo alle sue radici. Se è vero che l’amante non si può dividere dall’amato, è altrettanto vera la storia che afferma che il respiro di Dio ha aperto nel cuore dell’uomo la propria vita.

L’uomo non ha capito che l’amore è quel genere di “materiale” il cui carattere è quello di non dividersi in nessun modo, eppure l’uomo se ne andò, e l’Amore, non fu più visto come nel giardino di Eden, ma fu presente nei secoli, parlando per bocca dei profeti, con una visibilità molto incerta di Dio, al quale non bastò, “era troppo poco per il suo cuore”, e “venne in mezzo a noi” e “si fece uomo”.

“Allora Gesù prese un fanciullo, se lo mise vicino (che gesto d’amore!) e disse: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è più piccolo tra tutti voi, questi è grande”. La grandezza dell’Amore non si arrestò alla Croce, ma si fece piccolo, come se non lo fosse già, come uomo, rispetto alla sua natura divina.

Allora vi aggiunse una nuova visibilità, pur di non perdere l’amato perché la persona ha sempre necessità di vedere qualcosa di tangibile, per passare oltre all’Infinito e per questo si fece” pane vivo disceso dal cielo”. In pochi chicchi di grano, frantumati e macinati, si nasconde l’Amore divino, pur di star con noi. Passano i secoli e l’Amore rimane, la sua visibilità muta, e la sua sostanza si fa sempre più vita con la nostra; il mio cuore pulsa con gli stessi desideri della sua Parola; il mio respiro, con il respiro del mondo, alita la lode a Dio e lui risponderà: “ti ho amato di amore eterno”.

Diceva san Tommaso d’Aquino, in uno dei suo inni:

io miro Te velato, fa’ che avvenga ciò che ho tanto desiderato,

che contemplando il tuo volto svelato,

sia beato alla vista della gloria dei tuoi santi
”.

Paolo Fiorani