Don Luciano, Febbraio: Prendiamoci cura di chi è reso vulnerabile non solo dalla malattia, ma anche dalla povertà e dall’emarginazione

Carissimi,
ogni anno l’11 febbraio, in coincidenza con la memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, si celebra la Giornata Mondiale del Malato che fu istituita da papa San Giovanni Paolo II nel 1992 per incoraggiare preghiere e solidarietà verso i malati e i loro assistenti.

Il tema della XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026 è “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.
Il Papa ci invita anzitutto a farci carico del dolore: amare il prossimo, in particolare chi soffre, significa entrare attivamente nella sua sofferenza. Non si tratta solo di assistenza tecnica, ma di una presenza che rompe l’isolamento e la solitudine che spesso accompagnano la malattia.

Inoltre è molto importante contro la cultura dello scarto, prendersi cura di chi è reso vulnerabile non solo dalla patologia, ma anche dalla povertà e dall’emarginazione sociale. Nel 2026, la celebrazione solenne della giornata si terrà a Chiclayo, in Perù, presso il Santuario di Nuestra Señora de la Paz. Questa scelta volge lo sguardo della Chiesa universale verso l’America Latina, valorizzando la sua tradizione di solidarietà e cura dei più fragili. La Chiesa è chiamata ad essere una comunità di “Samaritani” che si fermano davanti al ferito, testimoniando che il servizio al malato è un incontro con il volto di Cristo stesso.

L’esperienza della malattia e della sofferenza, pur essendo una delle prove più difficili dell’esistenza umana, acquista una luce nuova se guardata attraverso il prisma della fede cristiana e il messaggio lasciato dalla Vergine a Lourdes.
La Madonna a Lourdes, con le apparizioni a Santa Bernadette Soubirous nel 1858, non promette la fine del dolore nel mondo terreno, ma offre un senso profondo alla prova, infatti non ha promesso a Bernadette di renderla felice “in questo mondo, ma nell’altro”. Questa prospettiva sposta il baricentro della sofferenza: il malato non è un individuo abbandonato, ma una persona chiamata a partecipare al mistero della Passione di Cristo. Nella visione cristiana, la sofferenza non è mai l’ultima parola, ma un passaggio verso la Risurrezione.

A Lourdes, il malato è il protagonista. In un mondo che spesso emargina chi non è produttivo o performante, il santuario ribalta questa logica. Il messaggio cristiano riaffermato dalla Grotta di Massabielle pone la persona sofferente al centro della comunità. La sofferenza diventa un luogo di incontro con Dio e con i fratelli. La dignità del malato non dipende dalla sua salute fisica, ma dal suo essere immagine di Dio, amato in modo prediletto. Sebbene Lourdes sia celebre per i miracoli fisici, il messaggio più profondo riguarda la guarigione del cuore. Molti pellegrini tornano senza una guarigione clinica, ma con una pace interiore rinnovata. La fede insegna che la vera salute è l’unione con Dio. La sofferenza per il cristiano diventa così un’occasione di purificazione e di offerta, un modo per trasformare il male in un bene spirituale per sé e per l’umanità.

Un altro dato molto significativo nell’esperienza di Lourdes è l’importanza del servizio: la sofferenza altrui diventa una chiamata alla carità per chi è sano. Gli “hospitaliers” e i volontari non offrono solo assistenza tecnica, ma una presenza fraterna. Questo riflette il mandato di Cristo di curare i malati, riconoscendo che nel servizio al sofferente si serve Cristo stesso. Lourdes trasforma il “perché” del dolore nel “per Chi”: una sofferenza che, se vissuta con fede, diventa un ponte verso l’infinito e un potente strumento di amore e redenzione.

don Luciano