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Martedì 10 Marzo

“SE LA CHIESA NON ASSUME I SENTIMENTI DI GESÙ, SI DISORIENTA”

Domenica 11 dicembre, quinta di Avvento – Scrive il prevosto: “Domandiamo di diventare una Chiesa capace di indicare solo Gesù e di indicarlo a ogni uomo, con gioia”

In questa quinta domenica del tempo di Avvento la liturgia ci presenta la figura di Giovanni Battista, con il titolo di Precursore del Messia, del Signore Gesù che sta per venire nel prossimo Natale. Lo fa attraverso tre passi della Scrittura, uno più ricco e complesso dell’altro, che meriterebbero molto più tempo di una semplice omelia per essere spiegati e vissuti. Mi limito ad alcune sottolineature.

La prima sottolineatura è di carattere formale e si riferisce al testo della lettura profetica. Se avete ascoltato con attenzione, vi sarete accorti (anche leggendo le citazioni bibliche) che il brano, attribuito interamente a Michea, in realtà, dopo il primo versetto, riporta un testo del profeta Malachia. L’accostamento di passi diversi della Scrittura grazie al rimando e all’assonanza di termini è tipico della lettura ebraica (il midras) e di quella cristiana, soprattutto nella liturgia. E’ un modo per interpretare i testi l’uno con l’altro. Michea parla di “colui che deve essere il dominatore in Israele”, un capo che ha le sue origini a Betlemme – chiara allusione a Davide e alla sua stirpe – e quindi del Messia, dell’inviato di Dio. Malachia interpreta la figura di tale “inviato”, presentando tre diversi personaggi – “un mio messaggero” (in ebraico è il nome stesso del profeta, Mal’akî: mio messaggero), “il Signore” in persona (ha’Adôn) e “l’angelo dell’alleanza” (mal’ak hab-berît) – che nella tradizione cristiana sono stati ridotti a due: Dio stesso e il suo messaggero. Leggendoli in questo tempo di Avvento, è chiaro che la liturgia applica a Gesù il titolo di “Signore” e “Messia” e riferisce a Giovanni Battista quello di “messaggero”, in quanto suo precursore, colui che ne prepara la strada.

Nella stessa linea va il passo di Giovanni, preso dal prologo del quarto vangelo, un vero e proprio inno alla Parola di Dio e alla sua rivelazione nella storia. L’evangelista afferma con molta chiarezza che Giovanni è “un uomo mandato da Dio” – non è Dio – ed è inviato come “testimone” della Luce – non è la Luce – perché tutti possano arrivare a credere in Gesù per mezzo di lui. Al termine dell’inno, però, l’autore del quarto vangelo introduce il riferimento alla Legge – la Torah - data a Israele per mezzo di Mosè e quello alla grazia e alla verità, offerta a tutti gli uomini per mezzo di Gesù Cristo.

Da questa citazione prende spunto la scelta del brano di Galati 1 come epistola paolina della liturgia odierna. Paolo, infatti, parla della Legge di Mosè e della fede in Gesù Cristo e attribuisce alla prima il compito di semplice “pedagogo”, mentre a Gesù il titolo di “maestro”. La Legge – il dono della Torah fatto a tutti gli uomini per mezzo di Israele – è servita a condurre a Cristo, così come il “pedagogo” (di solito uno schiavo) conduceva il ragazzo affidatogli al maestro, perché fosse istruito. Con questa chiave di lettura, la figura del Battista è paragonata alla Legge – fino a Giovanni, infatti, giungono la Legge e i Profeti – e il suo compito è quello di essere precursore di Cristo, suo testimone e accompagnatore – “pedagogo”, appunto – a lui, il Messia.

Questi testi così densi e ricchi della Scrittura ci aiutano a comprendere la figura del Precursore e anche noi. Giovanni “il Precursore” non è il Messia, ma colui che lo indica. In una pala d’altare divenuta famosa, un pittore tedesco degli inizi del ’500, Matthias Grunewald, dipinge la figura di Giovanni con un dito indice sproporzionato, a significare – appunto – che il suo unico compito consiste proprio nell’indicare Gesù, nel dare “voce” alla “Parola”. Giovanni “ha proclamato” la singolarità di Gesù, il suo essere prima del tempo, e continua, ancora oggi, a “darne testimonianza”, spingendo a riconoscere in lui l’invisibile volto di Dio, ma anche il volto dell’uomo vero. Questo compito di Giovanni viene oggi trasmesso alla comunità cristiana, alla Chiesa, a ciascuno di noi.

Nel discorso fatto a Firenze da Papa Francesco alla Chiesa Italiana radunata per il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale, parlando del volto e dei sentimenti di Cristo caratterizzati da umiltà, disinteresse e beatitudine, il Papa ha chiesto che questi siano i tratti del volto della Chiesa di oggi. “Questi tratti – ha sottolineato il Papa – ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal ‘potere’, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa”. E ha poi aggiunto: “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste”, mentre “una Chiesa che sa riconoscere questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente”. Grazie alla preghiera e all’intercessione del Precursore, domandiamo di diventare una Chiesa così, capace di indicare solo Gesù e di indicarlo a ogni uomo, con gioia.

Don Ettore Colombo

Responsabile della Comunità pastorale “Famiglia di Nazaret”

Per leggere i testi delle letture della Messa di domenica 11 dicembre, quinta di Avvento, cliccare qui: http://www.chiesadimilano.it/cms/almanacco/letture-rito-ambrosiano/anno-a-2016-2017/mi-5-1-ml-3-1-5a-6-7b-sal-145-gal-3-23-28-gv-1-6-8-15-18-1.136590

Cernusco sul Naviglio, 11 dicembre 2016