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Lunedì 6 Aprile

UN TRITTICO D’IDENTITA’: LA LINGUA

Alcuni anni fa, avevo prestato un servizio in parrocchia come visitatore, per gli incontri natalizi. Una sera, dopo aver bussato a tante porte, se ne aprì una, dietro alla quale apparve una signora dall’aspetto colto ed intelligente, molto curata nel suo vestire, di età sotto la cinquantina. Pur parlando molto bene l’italiano, si capiva che aveva un accento straniero. Dopo alcune frasi scambiate per una reciproca conoscenza, mi disse che era ortodossa e domandai a quale Chiesa appartenesse. Ci accolse fraternamente e seguì con attenzione il rito, ma arrivato al Padre nostro, lo recitò in russo.

Mentre io recitavo il Padre nostro in italiano, mi esprimevo con tutte le mie potenzialità, come se fossi l’inventore di questa preghiera, che sgorgava dentro di me, invadendo tutta la mia personalità e nessun altro poteva ripeterla, perché quelle parole non potevano esser possedute da altri. Stavo attraversando una esperienza nuova circa la lingua, da me, sempre ritenuta come un ammasso di parole, legate da ordini grammaticali, logici e stilistici, invece la fluidità dei vocaboli nasceva da un profondo che non potevo toccare e, nello stesso tempo, la spontaneità non era una spiegazione sufficiente per definire l’origine della lingua, ma al contrario, il nostro spirito, illuminato dall’esperienza, dalle riflessioni, dagli studi, dalle relazioni con altre persone e dalla luce divina, per chi se lo può permettere, organizza un vocabolario di senso, a infiniti tasti, che fanno vibrare le corde dei sentimenti, le sfumature della ragione ed i propositi di una volontà a decidere di sé per il meglio. Nello stesso tempo avevo compreso che anche la signora poteva argomentare, tra sé e sé, le stesse cose ed insieme, avevo l’impressione, di suonare due strumenti che si accordavano per una unica sinfonia, forse la più bella, perché la preghiera si alza verso il cielo ed arriva al cuore di Dio.

Che cosa sia la lingua, non credo che sia facile da definire, arginandola tra le lettere e le sillabe di un testo, ma al di là di ogni definizione, è certo che la comunicazione nasce sulle ginocchia, le braccia ed i cuori dei nostri genitori, in famiglia e questa si allarga sempre più con l’età, con le esigenze della vita e con la socialità. Ai primi passi ti bastava dire “mamma e papà”, poi la tua lingua si allungava alla scuola materna, che per alcune ore del giorno, risultava una espressione più completa della stessa famiglia e così, di passo in passo, di crescita in crescita, la nostra maturità si completa, sempre più in una famiglia, allargata dalle necessità, dalle conoscenze scolastiche dei diversi ordini. Questa famiglia, ha la coperta della tavola, dove ogni giorno si consumano pasti quotidiani di lavoro, di sacrifici, di dolori, d’impegni, di affetti, allargata ad un popolo che ha la sua storia in comune, lotte e leggi per dare fisionomia ad una porzione di terra. Una nazione, prima di darsi una bandiera si dà una lingua, ha un patrimonio di sentimenti comuni da condividere, che la parola riesce a rendere solo per approssimazione; la lingua ha assorbito una cultura comunitaria locale della vita che condivide, messa dentro all’origine di ogni nascita, come un vestito della festa che ognuno mostra e nello steso tempo gode nel vederlo nell’altro; la lingua è una gioiosa manifestazione sociale della tua famiglia linguistica, dove tutti ballano in piazza desiderosi di incontrarsi, perché nella reciprocità dell’esuberanza del cuore, ogni spirito cresce consapevole di far parte di questa meravigliosa porzione di umanità.

Il cuore conosce una lingua più casalinga, quella di quando l’uomo viene alla luce della vita, nella quale Il Signore mi ha dato come mia ricompensa una lingua e con essa non cesserò di lodarlo”. La lode si fa nel e con il cuore e nel suo segreto ci si sente liberi di formulare liberamente parole e suoni nuovi che non saranno mai codificati, perché l’amore è così personale che non ha imitazioni. La Madonna a Lourdes, in questo gesto di grazia che dà all’umanità, parla in dialetto alla veggente, da cuore a cuore che sa accogliere il futuro anche nelle situazioni più difficili. Ho conosciuto qualche mamma che parlando ai propri figli, non più piccoli, dicevano una parola inventata, ma che a loro dire, esprimeva un pensiero o un sentimento che non poteva essere espresso diversamente. La lingua esce da un cuore che sa far famiglia e anche se questa si allarga, il suono è quello caratteristico di un cuore che sa amare la sua terra e la sua gente. Alla fine la signora si era lasciata andare e le parole uscivano con una condivisione di saperi, di misure esistenziali che ognuno porta dentro di sé e di una ricchezza che è stata data all’umanità, perché incontrandosi si riconoscesse figlio e figlia dello stesso Amore. Allora me ne andai con una reciproca stima e con un desiderio di rivederla per approfondire e godere delle reciproche diversità.

Paolo Fiorani

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