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Giovedì 12 Marzo

“LA PARROCCHIA COMUNICA NEL MODO CON CUI ESISTE”

I social sono un’agorà da cui non essere assenti o evadere, rappresentando una sfida grande per i rischi che comportano «tra cui quello, particolarmente insidioso, di rendere, promuovendo l’individualismo, la persona più manipolabile, più facilmente trasformabile in un cliente».

 

Monsignor Mario Delpini (foto d’archivio)

«L’espressione “la parrocchia comunica” è provocatoria, perché non dice solo che essa è in grado di diffondere avvisi o comporre un bollettino, ma significa che la parrocchia stessa è un segno, perché esiste ed è presente nel territorio». Eppure, qualche volta questa presenza, seppure nevralgica, al cuore della vita, appare residuale, annoia: «la gente pur vedendo la Chiesa, pensa che non sia utile frequentarla, che sia un negozio che ha qualcosa da vendere e segnala solo i servizi che offre». Da queste considerazioni ha preso avvio la riflessione del nostro arcivescovo, monsignor Mario Delpini, lo scorso 5 maggio, in occasione del penultimo incontro del ciclo “La parrocchia comunica con i social media”, organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Milano e da Aiart Lombardia in collaborazione con Ucsi Lombardia, presso l’Università Cattolica.

Il rischio, suggerisce Delpini, «è che la comunicazione appaia finalizzata alla promozione di un prodotto. Invece, si vive una comunità non perché esistono dei servizi, dei pacchi-viveri, ma perché è bello farne parte. La parrocchia comunica nel modo con cui esiste. Preparare a ciò le persone significa dare loro questa consapevolezza e la responsabilità di fare in modo che la parrocchia sia un messaggio coerente con la sua missione».

Un «incoraggiamento», come lo definisce il vescovo Mario, «per non vendere un prodotto, per non ripetere parole logore, ma per dare un’immagine vera, autenticamente cristiana, di profezia, consolazione e convocazione». In un tale contesto, i social sono un’agorà da cui non essere assenti o evadere, rappresentando una sfida grande per i rischi che comportano «tra cui quello, particolarmente insidioso, di rendere, promuovendo l’individualismo, la persona più manipolabile, più facilmente trasformabile in un cliente».

Per questo la responsabilità educativa dei comunicatori, a ogni livello, e come adulti è altrettanto grande e si delinea in quelle tre parole – o meglio, «tre punti pertinenti» – , con cui l’Arcivescovo conclude il suo intervento.

«Prima di tutto il “villaggio”, la comunità che, educando, può aiutare nell’uso corretto dei mezzi a realizzare buone prassi, introducendo criteri per dire ciò che è bene e ciò che è male. L’educazione è più della formazione, ha sempre a che fare con la libertà di persone libere che possono, magari, rifiutare il nostro impegno. Dobbiamo coltivare la fiducia (anche se, talvolta, si è frustrati dai risultati) sapendo che ognuno è attratto dalla casa del Padre, e trasmettere il significato della vita, mettendo nel conto il fallimento. Un secondo aspetto sono le regole, necessarie, come in tutti gli altri ambiti; e, infine, l’elaborazione di una strategia di resistenza al male di fronte a realtà rovinose». (Fonte: www.chiesadimilano.it)

Cernusco sul Naviglio, 7 maggio 2018