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Domenica 1 Marzo

DA TRENT’ANNI CERNUSCO È CITTÀ

Il 13 novembre 1985 un decreto del Presidente della Repubblica attribuiva a Cernusco il titolo di città. Questo anniversario ci offre l’occasione per riflettere sull’essere “comunità”.

Trent’anni fa, quindi, la nostra comunità civile idealmente faceva un salto, vedendosi attribuito un titolo essenzialmente onorifico, conferito ai comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l'importanza acquisita con il tempo. Questo anniversario ci offre l’occasione per riflettere sull’impegno che ogni cernuschese dovrebbe metterci nel costruire la comunità a cui appartiene. E lo facciamo riproponendo una riflessione di Enzo Bianchi, priore della comunità ecumenica di Bose.


La torre dell’acquedotto, in via Torriani, uno dei simboli della città

«La comunità, da quella più ristretta di una condivisione totale di vita, a quella famigliare, a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana costituita dall’intera umanità – ha scritto Enzo Bianchi - è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un di più, ma da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Ora, questo debito, che è anche sempre un dono, non è un debito di qualcosa innanzitutto, bensì un debito che comporta un dare se stessi. Se si vuole comprendere in profondità che cos’è e come si origina una comunità, occorre essere consapevoli che in primo luogo occorre dare la propria presenza agli altri, fino a dare loro la propria vita. Detto altrimenti: se una comunità non vuole incorrere in derive patologiche - alle quali è esposta, essendo un corpo vivente, come ogni corpo individuale - deve porre come suo principio fondamentale un movimento in cui ciascuno si dispone a donare all’altro la propria presenza. »

«Uno dei punti cruciali per capire da dove può nascere la comunità» è per Bianchi il riconoscere che «nasce da questa responsabilità dell’altro.» Se non si sa riconoscere l’importanza «del donare la propria presenza ... nascono le patologie di ogni forma di vita comunitaria. Dove viene meno la disponibilità a dare la propria presenza, la dinamica comunitaria è incapace di fecondità, resta sterile e debole.»

«Nell’attuale contesto culturale, in cui si è perso il senso fisico della prossimità - per il priore di Bose - a maggior ragione va smarrendosi anche la prossimità intesa come responsabilità, come responsabilità fino all’estremo, come “responsabilità della responsabilità altrui”. Oggi all’interno della cultura dominante si assiste invece al culto dell’io autarchico, in cui tutti i desideri individuali diventano bisogni da soddisfare immediatamente, a ogni costo. In questa situazione si finisce per negare ogni convergenza sociale, si è incapaci di elaborare un progetto politico finalizzato al bene comune: vige la legge dell’ognuno i propri interessi

«L’orizzonte della communitas è sempre aperto al futuro- evidenzia, a conclusione della sua riflessione, Bianchi - : ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta quella comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire la comunità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. E un giovane che comprende il suo essere debitore verso chi lo ha preceduto, sente a sua volta di avere una responsabilità nei confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera. Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme.»

Cernusco sul Naviglio, 16 novembre 2015