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IV Domenica di Avvento

L'Avvento è attesa. Ma è anche ingresso. Il racconto dell'ingresso di Gesù nella sua città dice molto dei sentimenti che accompagnano questo nostro tempo di Avvento.

L'episodio inizia presentandoci un Gesù vicino alla città: «Quando furono vicini a Gerusalemme...» e si chiude con un Gesù dentro la città. Nei versetti immediatamente seguenti, si dice: «Quando fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu sconvolta e ci si chiedeva: "Chi è costui?". E la folla diceva: "Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea"».

Sempre mi colpisce questo Gesù che non si ferma a distanza: si avvicina ed entra. Entra nella sua città. Non tiene le distanze:

Non tiene le distanze anche se sa che Gerusalemme, la città del Gran Re, è anche la città che lapida, uccide i profeti. Ucciderà anche il profeta da Nazaret di Galilea. Pensate quanto amore... e quanta passione in questo entrare di Dio. Ieri in Gerusalemme. Oggi nelle nostre città che non sono meglio di Gerusalemme.

Sbaglieremmo se al Gesù che entra in Gerusalemme dessimo il volto truccato e vanesio di tanti personaggi che si esaltano sotto i riflettori.

Come dovevano essere gli occhi di Gesù, in quel suo ingresso sul dorso di un'asina.

Forse non sbaglieremmo se li immaginassimo vicini al pianto. Se è vero che l'evangelista Luca subito aggiunge: «E come si avvicinò, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: "se anche tu avessi conosciuto in questo giorno ciò che serve alla pace". Ma adesso è rimasto nascosto ai tuoi occhi... non hai conosciuto il tempo della tua visita» (Lc 19, 41-44).

Ancora oggi Dio non sta lontano. Nemmeno dalle nostre città che non conoscono purtroppo ciò che serve alla pace, che non riconoscono il tempo della loro visita. Eppure Dio si avvicina.

E nell'avvicinarsi di Dio, nell'avvento di Gesù, nei suoi occhi noi leggiamo questo incredibile, incontrastato, stupefacente amore per la nostra umanità.

Ma quali sono le ovazioni all'ingresso di Dio, all'ingresso di Gesù? Non sono univoche. Matteo distingue tra la folla e la città.

C'è la gioia, l'entusiasmo della «folla» e c'è la paura, lo spavento della città, la «polis.

Il contrasto è evidente e fa pensare: anche perché la folla che Matteo dice «numerosissima» non doveva poi essere un oceano di folla se «la città» così dice «fu sconvolta».                ·

Perché la differenza? Perché questa differenza che tende a riprodursi anche oggi davanti alla venuta di Gesù, al suo ingresso nella storia? La gioia, l'acclamazione, l'aprirsi e lo sgomento, la paura, la chiusura? Cerchiamo di capire.

Forse potremmo dire che la paura è di coloro che ancora nutrono un sospetto su Dio; un sospetto che attraversa tutta la storia, viene da lontano; ricordate il serpente che dall'inizio mette un sospetto su Dio: «Dio sa» dice a Eva «che se ne mangiate, diventereste come lui».

La città reagisce con la paura, perché la città è una realtà compatta, definita, organizzata e dunque ha timore per tutto ciò che può in qualche misura incrinare questo equilibrio: la novità, l'inatteso fa paura, dove ci porterà? I nostri equilibri sono già così precari! La folla invece vive l'attesa, ha voglia di cambiamento, ha voglia di salvezza; «Osanna» grida «hoshia'­ na'», dona la salvezza.

Questo ingresso - ogni ingresso di Dio nella storia personale e collettiva - questo ingresso - sembra dire la folla - non deve incutere paura: viene non un Dio che bastona, ma un Dio mite.      ·

È interessante vedere come Matteo, rifacendosi al passo di Zaccaria che si riferisce all'ingresso messianico: «Ecco viene il tuo re...», tace, tralascia le qualità che possono creare un sospetto: «egli è giusto e vittorioso» e dà enfasi alla mitezza: «viene a te mite».

«Imparate da me», dirà ancora Gesù nel Vangelo di Matteo, «che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).

E allora la domanda: siamo la città cupa, chiusa, sospettosa o siamo la folla piena di brividi, aperta, fiduciosa? Diamo spazi o chiudiamo spazi?
don Angelo Casati dal sito www.liturgiagiovane.org (immagine di copertina dal sito it.wikipedia.org)

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