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Venerdì 20 Marzo

C’È UN FUTURO PER IL MATRIMONIO?

Sì, a condizione che se ne capisca il vero significato, soprattutto religioso


Foto archivio SIR – Riproduzione riservata

C’è stato molto dibattito provocato dalle dichiarazioni contenute in una ricerca del Censis che indica la fine delle celebrazioni in Italia del matrimonio religioso nel 2031. Un’affermazione molto forte che estremizza i termini di un fenomeno: la continua e progressiva diminuzione del numero di matrimoni nel nostro Paese e, in particolare, delle nozze celebrate in chiesa.

Alcuni hanno subito sostenuto la tesi scontata della secolarizzazione che favorirebbe il progressivo abbandono della fede da parte degli italiani; quelli, che non concordano, hanno sottolineato invece come il desiderio di sposarsi è insito nel cuore dei giovani, esso fa parte del bagaglio sociale e antropologico a cui rinunciamo con forte sofferenza; altri ancora hanno evidenziato che prevedere il futuro non è poi così facile e che la storia non segue un processo lineare, i trend spesso sono ciclici. In effetti quelli che studiano il futuro prospettano degli scenari possibili, non si limitano a prevedere un solo orizzonte.

Se ci chiedessimo se c’è un futuro per il matrimonio, e per il matrimonio religioso in particolare, sarebbe difficile rispondere in modo netto. Potremmo, però, prendere spunto da alcuni aspetti che cambiano per indicare delle possibili tendenze. Prendiamo tre elementi di realtà: i giovani si sposano meno, diminuiscono i matrimoni e soprattutto i matrimoni religiosi, aumentano le nascite da genitori non sposati.

Innanzitutto c’è un problema strutturale nella popolazione. È vero che scende il numero dei matrimoni, in particolare quello dei matrimoni religiosi rispetto a quello dei matrimoni civili. Questo però deriva da due questioni che si sovrappongono: in Italia diminuiscono le coorti (le classi di età) più giovani e quindi ci sono meno persone che si sposano. Inoltre e in conseguenza di ciò in Italia diminuiscono soprattutto le prime nozze, la tipologia in cui si registra il numero più alto dei riti religiosi.

Inoltre c’è un problema sociale: abbiamo assistito a una posticipazione della transizione alla vita adulta. Anzi per essere precisi, oggi si fa difficoltà a capire quali siano le tappe di questa transizione. Così succede che molti si ritrovano “grandi” così, quasi per caso. L’aumento del percorso degli studi e il cambiamento delle fasi di ingresso nel mondo del lavoro ritardano la possibilità di rendersi autonomi dai genitori. La fase di prolungata precarietà di vita porta anche a un aumento di forme di convivenza variegate. Capita così che è più facile incontrare coppie che prima concepiscono un figlio e poi si sposano.

Infine c’è un problema culturale: siamo una società individualizzata che ha paura della solitudine. Le relazioni intime, le relazioni di coppia, sono diventate forse le uniche ancore di salvataggio, in cui gettiamo tutte le nostre aspettative di legame solido. Così l’asticella del vivere insieme si alza ed è molto più esigente del passato. Di conseguenza prima di formalizzare un rapporto di coppia c’è la voglia di essere veramente sicuri. Nella nostra società la massima formalizzazione dell’unione è il matrimonio religioso. Quindi per arrivare lì ci vorrà più tempo.

Se teniamo presenti questi tre fattori, forse comprendiamo perché in Italia ci si sposi meno. Però questo non significa né che gli italiani siano contrari al matrimonio, né che non siano attratti dal matrimonio religioso. Anzi molto probabilmente il futuro di matrimoni cristiani dipenderà da quanto sarà compreso il loro vero significato.

Andrea Casavecchia per Agenzia SIR

Riproduzione riservata

Cernusco sul Naviglio, 18 luglio 2016