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VI Domenica dopo l´Epifania   

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Mercoledì 5 Ottobre

ENZO BIANCHI: RITROVARE IL BENE COMUNE

Chiediamocelo con franchezza: che fine ha fatto la nozione di bene comune?

Si tratta di un concetto essenziale per la convivenza e la qualità della vita nella polis. “Bene” indica ciò che vorremmo per noi e per le persone alle quali siamo legati, così da poter vivere in pienezza. “Comune”, dal latino communis, indica un compito svolto insieme e un dono condiviso. Bene comune, dunque, non è semplicemente un patrimonio materiale condiviso ma è l’insieme delle condizioni di vita che favoriscono il ben-essere, l’umanizzazione di tutti e ciascuno: bene comune sono anche la democrazia, la cultura, l’arte… “Bene comune esprime i diritti inalienabili dei cittadini, dal diritto alla vita, al bene primario dell’acqua, fino alla conoscenza in rete” (Stefano Rodotà).

Sulla scia di Aristotele è stato Tommaso d’Aquino a osservare che, come la società, cioè la rete delle relazioni, è antecedente all’individuo – o meglio alla persona –, così l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono. Sicché il bene di ciascuno, per definirsi, abbisogna del bene comune. Nei secoli successivi, però, questo concetto è stato tralasciato in favore di una visione individualista, e si è progressivamente imposta l’idea secondo la quale l’organizzazione della polis debba in primo luogo garantire ai suoi membri i diritti individuali.

In quest’ottica, il bene comune lascia il posto all’interesse generale, concepito come la somma degli interessi individuali e il risultato dell’arbitraggio tra di loro. Ora, l’“interesse generale” suppone che a fondamento della società vi sia l’economia, il che sembra oggi un dogma. Ma è proprio vero che l’utile economico è la sola ragion d’essere della convivenza civile e che ciascuno deve perseguire il proprio interesse, senza che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita privata dei singoli? I diritti individuali non devono forse essere temperati con i diritti altrui? No, la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo…

Scrive Marcel Gauchet: “Nell’attuale società si afferma che all’inizio della storia c’erano solo individui, e per questo non si può pensare a una loro coesistenza solidale. Come pensare ciò che li unisce e che devono fare insieme?”. In verità, proprio nell’attuale crisi mondiale emerge come sempre più “utile” la ricerca del bene comune. Come attestano le scienze umane, infatti, vivere significa inter homines esse: l’essere umani insieme è l’elemento vitale, indispensabile alla nostra esistenza personale. Vivere le relazioni è la prima forma del bene che gli umani conoscono: un bene, per l’appunto, “comune”.

Senza ecosistema relazionale e comunitario, si vive in una giungla in cui ciò che detta legge sono il perseguimento degli interessi individuali e gli egoismi competitivi. Ciò conduce evidentemente all’ingiustizia e, di conseguenza, a conflitti e violenze. Ma in vista di un autentico cammino di umanizzazione, non è forse giunta l’ora di risvegliare la passione per il bene comune?

Enzo Bianchi
Monastero di Bose