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Giovedì 28 Gennaio

LAVORARE COI “PAZIENTI COVID”: IN PRIMA LINEA COME UN SOLDATO

Non è facile descrivere a parole cosa significhi lavorare in un reparto di terapia intensiva Covid. Non è facile descrivere a parole la strana sensazione di quando entri in quel tendone, ti bardi come un soldato di prima linea e vai a chiuderti nel reparto, sapendo di non poterti togliere nulla di tutto quello che hai addosso, se non per la breve pausa a metà turno.

In un reparto di terapia intensiva Covid sei vicino alla sofferenza dei pazienti, tutti intubati, incapaci anche solo di muoversi da soli nel letto, ma anche alla sofferenza dei loro parenti, che possono essere collegati con il loro familiare solo dal telefono, dove puntualmente risponde l’infermiere che nulla può se non parlarti di “situazione stazionaria”.
Tornato a casa dopo dodici ore di turno ti ritrovi i rotocalchi televisivi dove gente che non ha mai assistito neanche un bambino con il raffreddore e vorrebbe insegnare alla gente come si curano i malati o quali siano i giusti rimedi da prendere in considerazione per fermare la malattia, ergendosi a maestri assoluti o medici luminari.

A far da cornice a tutto questo, il pensiero inevitabile che ti accompagna durante il tuo operato: quello di prenderti qualcosa o di portarlo a casa, colpendo magari i tuoi cari. A questo punto, per chi non ha mai provato a lavorare con gli ammalati, verrebbe da chiedersi perché mai continuare con un’occupazione come questa.
Ma la spiegazione è semplice: ogni volta che un paziente in coma riapre gli occhi, ogni volta che una persona si sfebbra ,ogni volta che una persona riesce a respirare in modo migliore, ogni volta che delle ferite si rimarginano, sono tutte piccole vittorie, che danno un senso a quello che fai, che ti fanno capire che se ti trovi lì non è per un caso e che stai combattendo “la buona battaglia” di cui parla San Paolo, senti dentro di te la stessa forza che ha guidato il ragazzino Davide contro il temibile gigante Golia.
È in quei piccoli, veloci e fugaci sorrisi di ringraziamento che realizzi quello che stai facendo, che capisci l’importanza di essere presenti per chi ha bisogno, di portare loro un po' di quel Sole che la malattia gli sta da troppo tempo impedendo di vedere, di essere portatori di speranza.
È una sensazione paradisiaca, che da sola basta per vincere tutte le difficoltà.

Giorgio