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Lunedì 6 Aprile

II di Quaresima, meditazione. Gesù e la Samaritana: Un dialogo che genera vita nuova

Il brano dell'incontro al pozzo di Giacobbe tra Gesù e la samaritana inizia con una scelta operata da Gesù: Gesù si trova in Giudea e, venuto a sapere che i farisei parlano di lui e dei suoi discepoli, preoccupati dei numerosi battesimi che questi stanno facendo, più numerosi di quelli di Giovanni, decide di tornare in Galilea. Il motivo che induce Gesù a partire dalla Giudea per recarsi in Galilea è che i Farisei hanno sentito dire che egli stava battezzando e facendo più discepoli di Giovanni Battista (vv. 1.3), ma non si spiega perché tale conoscenza lo abbia indotto a fuggire dalla Giudea. Finora Gesù non ha alcun motivo di temere i Farisei semplicemente perché svolge con successo la sua attività di battezzatore. Il vero motivo va ricercato nel problematico v. 2. Questo è spesso considerato un'aggiunta al Vangelo originale, visto che in 3,22 (Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava) e 4,1 si afferma il contrario; ma ciò che interessa è la proliferazione dei battezzatori! Storicamente, ed anche per il Quarto Vangelo, l'importanza di Gesù non deriva dalla sua attività di battezzatore, ma dall'essere colui che porta la conoscenza di Dio (cf 1,14.18; 3,11-21.31-36). Egli battezza (3,22; 4,1), ma questo ministero è svolto dai suoi discepoli, non da Gesù in persona (v. 2).

Gesù non deve essere conosciuto e ricordato come un semplice battezzatore, per quanto importante questo rito possa essere nella comunità dei suoi seguaci. Il narratore, che in 3,22 ha parlato del ministero battesimale di Gesù, ora aggiunge un commento che esclude Gesù da tale ministero: non è Gesù in persona che battezza, ma i suoi discepoli. I Farisei hanno quindi un valido motivo per adoperarsi contro la minaccia religiosa del diffondersi di un movimento pro-Gesù. Prima c'era un solo battezzatore, Giovanni (1,28); poi ne sono venuti due, Giovanni e Gesù (3,22-23); adesso ve ne sono molti: tutti i discepoli di Gesù (4,2). Si tratta di una proliferazione di battezzatori, e lo scopo dell'attività battesimale dei discepoli di Gesù è quello di attirare più gente al loro maestro. Quando Gesù si rende conto che i Farisei sono a conoscenza di questo fatto, decide di lasciare la Giudea per recarsi in Galilea. Per compiere il viaggio da sud a nord dalla Giudea alla Galilea c'erano due strade: attraverso la Samaria o dall'altra parte del Giordano. Il narratore osserva che Gesù era sotto costrizione: doveva attraversare la Samaria. Il senso di “obbligatorietà”, che il verbo esprime e che è stato utilizzato, non vuole fare riferimento all’impossibilità di Gesù di percorrere un’altra strada, ma perché c’era un motivo ben più profondo. Infatti, se Gesù avesse voluto percorrere un'altra strada, l’avrebbe potuto fare, gli sarebbe bastato costeggiare in qualche modo il Giordano e raggiungere direttamente la Galilea. Inoltre, particolare ancora più rilevante, i Samaritani non avevano buoni rapporti con i Giudei, quindi il percorrere quella strada sarebbe stato per lui anche pericoloso. Tutto, secondo una prudente sapienza umana, sconsigliava Gesù di attraversare la Samaria. Questo ci porta ad evidenziare che Gesù ha voluto quell’incontro, ha fatto di tutto perché accadesse. (cfr Mt 10,5: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani»). Il motivo del viaggio di Gesù attraverso la Samaria è un qualche vincolo che induce Gesù ad attuare un proprio disegno. Gesù doveva passare di lì, non tanto perché la strada era più breve, ma piuttosto per entrare nel piano di amore del Padre, che offre la salvezza a tutti, anche ai samaritani. Egli deve andare verso il mondo che sta oltre Israele. A un certo punto, stanco del viaggio, si ferma presso un pozzo (viene evidenziata l’umanità di Gesù il quale ha fame, ha sete, è stanco, si commuove dinanzi al cadavere dell’amico Lazzaro, ecc. che, in contrapposizione con la sua dichiarata divinità, è un’altra caratteristica del quarto Vangelo).

v.6: Qui c’era il pozzo di Giacobbe. In Samaria ai piedi del monte Garizim, esiste ancora il pozzo che la tradizione attribuisce a Giacobbe. Il pozzo in questione è il famoso pozzo situato nel terreno che il patriarca acquistò dopo l’incontro con Esaù e che diede a suo figlio Giuseppe. La località è Sicar o Sichem. Là si svolse il primo dialogo tra Abramo e Dio (cfr. Gen 12, 6-7). Là Dio fece le prime promesse e Abramo vi innalzo il primo altare, il primo tempio a testimonianza del primo incontro salvifico. Quando Israele dopo la peregrinazione nel deserto prese possesso di Canaan, a Sichem Giosuè radunò tutte le tribù di Israele, concluse una alleanza con il popolo e gli diede uno statuto e una legge (cfr. Gs 8,30-35; 24,30-35). Questo pozzo, il pozzo di Giacobbe, è dunque un autentico Tempio all’interno del quale c’è la sorgente della fede ebraica, Gesù lo sa e per questo vi si ferma. In questo senso si può capire come simbolicamente nello stesso luogo Gesù rinnovi quell'alleanza antica andando incontro ai pagani, a coloro che erano stati fino ad allora considerati “esclusi “ dalla salvezza, perché non giudei.
v.6: Era verso mezzogiorno: cioè l’ora sesta. Per chi conosce il Vangelo di Giovanni sa quanto siano importante i riferimenti all’ “ora”. Giovanni è sempre puntuale nel situare le sue scene dal punto di vista geografico e temporale. Inoltre il mezzogiorno, il centro della giornata sembra voler evidenziare l’importanza dell’evento (a mezzogiorno Gesù sarà consegnato da Pilato ai Giudei per metterlo a morte, cfr Gv 19,14-16).

vv. 7-9: Arrivò intanto una donna ad attingere acqua. Ancora una volta una donna stimola Gesù a un grande discorso così come una donna lo aveva costretto a compiere il primo grande miracolo dell’acqua trasformata in vino (Gv 2,3-5). Non era senz’altro il momento migliore per andare ad attingere acqua, considerando il caldo di quell’ora. All’epoca non c’era l’acqua corrente e ogni donna andava, giornalmente, ad attingere acqua per lavarsi, cucinare, fare le abluzioni, ecc. ma sicuramente ci andava in un’ora più fresca, di primo mattino o al tramonto. Questa non è una donna qualunque, è una donna che ha una storia particolare (non è da tutti aver avuto cinque mariti!). Questa donna viene ad attingere acqua nell’ora più calda della giornata: sembra quasi che venga costretta da qualche evento; forse aveva passato una notte insonne. Anche lo scenario, visivamente, si presenta come piuttosto desolato: caldo, sete, i discepoli che sono andati via, Gesù e la donna soli. Questa donna, ci chiediamo, perché non si reca al pozzo con le altre donne? Ha, forse, qualcosa da nascondere, di cui vergognarsi? Non lo si dice apertamente, ma nel contesto del racconto lo si potrebbe intendere. Di lei, da lì a poco, si dirà che è un’adultera. Possiamo dire che la donna, forse, viveva il disagio del peccato.

vv. 10-14: Se tu conoscessi il dono di Dio. Due persone che non sanno niente l’una dell’altra, se non di appartenere a due popoli da secoli in conflitto, cominciano a conoscersi. Gesù non dovrebbe rivolgerle la parola per due motivi: perché è una donna e perché è una Samaritana. La meraviglia della donna è comprensibile: dall'accento si è subito resa conto di avere a che fare con un galileo inviso alla sua gente. Come osa chiedere da bere a lei, una samaritana? Perché viola la norma severa che proibisce di parlare da soli con donne sconosciute? I rabbini insegnavano che, anche per un'informazione, le parole dovevano essere ridotte al minimo. Celebre l'episodio accaduto a rabbi Josè, il galileo che, a un crocevia, chiese a una donna: «Quale strada porta a Luz?». Riconosciutolo, la donna rispose: «Hai parlato troppo con una donna, dovevi dire: "Luz?"». Essendo questa la mentalità, si spiega anche la meraviglia dei discepoli che, al ritorno dal villaggio dove si sono recati per acquistare cibo, trovano Gesù che parla con una samaritana. Il modo come l'evangelista la presenta lascia chiaramente trasparire la sua volontà di trasformarla in simbolo. Proviamo a identificarla: non ha nome, non si dice da dove venga, l'unico elemento che la definisce è «samaritana», che equivale a eretica, infedele a Dio. Chi può essere? Viene al pozzo e nella Bibbia il pozzo - lo abbiamo rilevato - è spesso il luogo dell'incontro fra innamorati che poi finiscono per sposarsi. Intorno al pozzo il servo di Abramo aveva combinato il matrimonio di Rebecca con Isacco; Giacobbe si incontra con Rachele; Mosè incontra la sua fidanzata. Chi rappresentano allora i due «innamorati» al pozzo? Nell'Antico Testamento si parla spesso del popolo di Israele come della sposa alla quale il Signore si è legato con affetto indefettibile (si tenga presente che Israele, in ebraico, è femminile). Queste nozze non hanno avuto esito felice. L'innamoramento era iniziato nel deserto, dove Dio e Israele avevano vissuto esperienze indimenticabili. A questi momenti il Signore ripensava con nostalgia: «Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto» (Ger 2,2). Poi erano cominciate le infedeltà della sposa, i suoi tradimenti, le sue infatuazioni per gli amanti, il rimpianto per gli dèi dell'Egitto, l'adorazione dei Baal dei cananei, i flirts con le divinità degli assiri, dei babilonesi, dei persiani e infine anche dei romani, provocando la gelosia del suo sposo. Quale sarà la reazione del Signore? Il ripudio, il divorzio, il castigo? Non se ne parla nemmeno: «Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? - dice il tuo Dio - Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore» (Is 54,6-7). Il Signore sceglierà un'altra soluzione. A costo di umiliarsi davanti alla sposa infedele, riprenderà a corteggiarla, perché l'unico suo obiettivo è riconquistarla: «Ecco, la attirerò a me, le parlerò al cuore... Canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto» (Os 2,16-17). A questo punto l'identificazione della samaritana è scontata: è la sposa Israele, con alle spalle tutta la sua storia di amori e di adulteri; ha avuto tanti «mariti» e quello che ha ora non è il suo sposo. Al pozzo Gesù la incontra e vuole ricondurla al suo primo, unico vero amore, il Signore. Il primo passo lo compie Gesù[1] con un’affermazione che lascia perplessa la donna: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Così facendo, rompe ogni barriera legalistica del sesso, della razza, della nazionalità, della religione, della moralità. È il paradossale gesto di Dio-Amore che si fa povero e mendicante per rendere l’uomo ricco. È l’assurdo atteggiamento di un Dio-padre che chiede per dare con abbondanza. Gesù chiede qualcosa all’uomo per avere un pretesto per offrirgli non più “qualcosa” ma tutto se stesso, la sua stessa vita. La donna, sicuramente una persona molto pratica, obietta che il suo interlocutore non ha un mezzo per attingere acqua e, pensando forse di avere davanti a sé una persona non proprio sana di mente, pone delle obiezioni di carattere religioso al giudeo che le si trova davanti: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?”. C’è un senso di disprezzo nelle parole della donna, quasi a voler rivendicare la sua fierezza di appartenere al popolo Samaritano in contrapposizione ai Giudei. Solo qui nel Quarto Vangelo che Gesù è chiamato Ioudaios. Da un punto di vista samaritano, le parole della donna vogliono essere un insulto. Si meraviglia che un Giudeo possa chiedere da bere a un Samaritano, e il narratore aggiunge una nota di spiegazione: «I Giudei infatti non sono in buoni rapporti con i Samaritani» (v. 9b). Ma Gesù non scende allo stesso livello della discussione - anche se successivamente dirà che la salvezza viene dai Giudei (4,22) - piuttosto ne eleva il tono promettendo, addirittura, un’acqua che toglie la sete per sempre.

v.15: Signore, dammi di quest’acqua. Adesso alla donna non interessa più se il suo interlocutore è Giudeo o Samaritano, se è pazzo o sano di mente, a lei interessa quest’acqua particolare per non venire sempre ad attingerne con grande fatica, come abbiamo visto[2]. Il pensiero va subito alla Legge e alla Grazia, alla vecchia e alla nuova Alleanza, a quella fatta di prescrizioni e di ritualità e a quella incentrata sulla misericordia gratuita di Dio che, in Gesù Cristo, si fa acqua viva per ogni uomo (qui c’è sicuramente un riferimento al Battesimo). Ogni giorno, l’uomo schiavo della Legge, è tenuto ad osservarne tutte le prescrizioni senza, però, trovare la pace perfetta: più è osservante, più sente di doverlo essere, più si sente migliore degli altri (Lc 18,9-14) e più ha bisogno di rimanere in questo “cerchio di morte” per sentirsi vivo. Quello che, invece, promette Gesù è veramente una vita nuova, un modo nuovo di adempiere i precetti dell’Alleanza, uno sguardo nuovo gettato sulla eterna condizione dell’uomo di sentirsi sottomesso alla divinità alla stregua di uno schiavo (in tutto il Vangelo ci sono binomi come schiavitù-libertà, luce-tenebra, menzogna-verità, ecc.). Gesù comincia a presentarsi alla donna come il Messia, non come lo intende lei, ma come colui che svelerà al mondo il vero volto di Dio (Gv 14,8-11).

vv. 16-20: Va’ a chiamare tuo marito. Ora anche la donna si svela, anzi, si lascia svelare da Gesù che la conosce bene. Si può dire che si lascia denudare, mettere a nudo nel profondo: ora il dialogo non è più alla pari, tra un uomo giudeo e una donna samaritana, ma è il dialogo tra Dio e l’uomo, tra la Verità e il desiderio della Verità, tra Colui che guarisce e colei che vuole essere guarita.Questa scena ricorda molto altre scene di incontri dei Sinottici (Il giovane ricco, Zaccheo, l’emorroissa, Giairo, la donna cananea, ecc.) e, forse, è uno dei brani giovannei che più hanno riferimento con gli altri evangelisti. Per certi aspetti si respira la stessa aria, anche se qui la divinità di Gesù è più palese e il dialogo più lungo. Quando la donna si sente conosciuta - “Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito” - si arrende e compie il primo atto di fede nel riconoscere l’uomo che le sta di fronte come un profeta[3]. Che cosa avrà suscitato tutto questo nella donna? Un senso di liberazione e di amore nei confronti di quest’uomo, che fin dall’inizio conosceva la sua situazione e non si è rifiutato di parlarle, di rivolgerle per primo la parola. Sapeva del suo peccato, del suo essere adultera ed è rimasto accanto a lei. Questo fa l’amore: non accusa, non denuncia ma ti apre gli occhi sulla realtà.

vv. 21-25: è giunto il momento in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità. La donna solleva la questione di Garizim e di Gerusalemme (v. 20) non per sviare Gesù dai suoi segreti personali ma, visto che le pare di ravvisare in lui un profeta, per sentire il suo parere su un problema secolare oggetto di contesa tra Samaritani e Giudei. Qualsiasi interesse per la situazione matrimoniale della donna scompare dal racconto quando vengono in primo piano la persona e il ruolo di Gesù come «profeta». Come profeta, egli dovrebbe sapere. Siamo al punto culminante di tutto il racconto: nella polemica sui luoghi dove bisogna andare per adorare il Dio vivente, il Nazareno, interprete e coautore della volontà del Padre (questo in Gv è messo molto bene in evidenza) cambia completamente marcia, mette la quinta, diremmo oggi, e va alla sostanza della questione: Dio non accetta di essere confinato in un determinato luogo. Come si fa presto, e come fa comodo, assegnare un posto e un ruolo a Dio! Giovanni sostituisce la parola Dio con Padre, affermando così che Dio è Padre. “I veri adoratori adoreranno in spirito e verità”. Sono coloro che hanno capito che Dio lo si può raggiungere al di là di Gerusalemme e del Garizim, al di là dei riti e dei sacrifici, del tempio e dell’altare. Oggi la samaritana può vedere il vero volto di Dio e rimanere viva. Oggi, come a Mosè, Jahvè parla ad ogni uomo faccia a faccia. In definitiva, il cristiano dovunque si trovi può celebrare il culto, il sacerdote può dire messa anche sul palmo della mano, nella cabina di un aereo o nelle profondità di una grotta in India. La vera adorazione consiste nell'orientare se stessi verso il Padre in modo tale che Dio diventi l'imperativo della propria vita. L'espressione «in spirito e verità» combina assieme importanti termini giovannei (cf già in precedenza, 1,9.14.17; 3,3-5.21) per sottolineare che Gesù rivela un Dio e Padre che vuole essere adorato con la vita del fedele.

v. 26: Sono io, che ti parlo!. Finalmente Gesù si svela completamente (l’autorivelazione è un’altra caratteristica del Vangelo giovanneo). Non c’è più bisogno di attendere il Messia perché è venuto ed è Colui che ora parla con la donna, faccia a faccia. Il Regno di Dio è in mezzo a noi, non c’è bisogno di aspettare ancora: bisogna solo decidersi per esso. Nel testo greco si legge: “ego eimi” cioè “Io Sono” colui che ti parla”; e “Io Sono”, è il nome di Dio; è il nome con il quale si rivelato a Mosè (Es 3,14-15).

Gesù in questo passo si identifica con Dio: “io sono Dio”.

vv. 27-38: In quel momento giunsero i suoi discepoli .... Cambio di scena[4]: i discepoli, completamente assenti fino ad ora, tornano dalle compere mentre la donna, lasciata la brocca - un elemento indispensabile per la sua sopravvivenza: ricorda un po’ il mantello del cieco di Gerico (Mt 10,50) - corre in città ad annunciare alla gente quello che le era capitato. I discepoli avevano lasciato Gesù al pozzo per andare a comprare del cibo (v. 8), ma al loro ritorno trovano che egli non è disposto ad accogliere il loro invito (v. 31). Curioso è il fatto che, per lasciare soli Gesù e la donna, l'evangelista, in modo abbastanza goffo e poco verosimile, allontani tutti i discepoli con la scusa della «provvista di cibo» (v. 8). In questi versetti si rivela il motivo per cui Gesù doveva attraversare la Samaria (v. 4): dietro gli eventi che si sono verificati in Samaria, dai discepoli considerati strani (e forse anche sconvenienti, cfr vv. 27.33), si cela la volontà di colui che ha mandato Gesù. Il «doveva» non può che riferirsi al bisogno irresistibile dello sposo - Dio - che non riesce a fare a meno di incontrare l'amata.

vv. 39-42: Attraverso il cammino spirituale della donna di Samaria, Giovanni vuole far intuire ai cristiani delle sue comunità il percorso proposto a ogni discepolo. Prima di incontrare Cristo l'uomo è preoccupato unicamente degli aspetti materiali della vita. Sono realtà importanti, anche indispensabili, ma non bastano, non possono costituire l'obiettivo unico e ultimo della vita. Solo chi incontra Cristo, chi scopre che egli è il «salvatore del mondo» e accoglie il dono della sua acqua, sente che ogni fame e ogni sete possono essere saziate. Credere all’apostolo, al catechista è gran bella cosa, ma quello che ci cambia la vita è l’incontro reale con Gesù Cristo. Gli altri sono solo dei mezzi per arrivare a Lui.

Domande per la riflessione

1. Qual è la mia “sete”? Di che cosa sento il bisogno per vivere? È un bisogno semplice, quotidiano, che si risolve facilmente o è il bisogno di un senso più grande?

2. C’è qualcosa di bello dentro di me e nella mia vita che anche Gesù ama e valorizza… Certo, non è tutto, non basta. È un punto di partenza per cercare una Verità più grande. Sono capace di non assolutizzare il mio punto di vista, il mio Io?

3. In quali punti l’atteggiamento del dialogo di Gesù ti interroga, provoca o critica?

4. La samaritana ha trascinato l’argomento verso la religione. Se tu potessi trovare Gesù e parlare con lui, quale argomento vorresti trattare con lui? Perché?

5. Sarà vero che adoro Dio in Spirito e Verità o piuttosto mi appoggio ed oriento di più sui precetti e le prescrizioni?

6. Dove vado a soddisfare la mia sete? Qual è il mio pozzo? Riesco ad apprezzare e valorizzare quel pozzo che è il Vangelo?



[1] Nei grandi racconti degli incontri (sia negli scritti giovannei sia nei Sinottici) è sempre Gesù a prendere l’iniziativa e a dare un significato soteriologico a tutto il dialogo.

[2] Qui l’acqua non viene trasformata in vino, come alle nozze di Cana, ma resa sostanza sublime che va al di là della sua specificità di materia liquida per assurgere a dimensione soteriologica.

[3] In Giovanni la parola profeta non viene riferito a qualunque persona che se ne andava per la Palestina annunciando il Regno di Dio senza dare alcuna garanzia sulla sua validità, ma a colui che veramente è mandato da Dio, parla in nome di Dio e compie le opere di Dio (cfr. Gv 9 in particolare 9,17: il cieco nato).

[4] Tutto il quarto Vangelo è composto da grosse scene drammatiche con molti personaggi, dialoghi intensi, momenti carichi di tensione e repentini cambi di situazioni.