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Martedì 24 Novembre

LA FAVOLA DELLA CREAZIONE

Era una notte d’autunno, di quelle che ci divezzano subito dal clima estivo, e dall’abitudine al caldo, che ci ha regalato qualche sogno di vacanze, mentre ora, il cielo mostra i suoi rabbuffi con densi nuvoloni neri, sfumati da altri meno impegnativi di colore più chiaro, che si rincorrono, gli uni dietro gli altri, come i giocatoridi una partita di calcio, pronti a segnare, osannati come un rumoroso scroscio d’acqua. Le nuvole corrono ridisegnate da qualche feroce lampo, il cui bagliore lascia non poco sgomento nel cuore, confermato da tuoni, dei quali non conosci la provenienza, ma tutti colpiscano il tuo cuore. Il tuo occhio corre veloce per racimolare il senso di questi agenti della natura, mossi dapprima da un vento che gioca a mulinello con la terra delle strade e degli orti e poi s’ingrossa sempre più, portando sulle sue spalle nembi, mentre il vento che” non sai da dove viene e dove vada”, con i suoi fischi, sposta cumuli come le scene di un palcoscenico.  Io camminavo a piedi sotto scrosci d’acqua violenti, come se una mano arguta mi percuotessela faccia con catini d’acqua fredda. Uno dopo l’altro, i passi incerti, cercavano uno spazio sicuro, ma il vento tentava di sbattermi contro il muro di qualche casa, dove mi pareva di essere in qualche modo più protetto. Il vento tra le fronde degli alberi offriva un fruscio rumoroso come centinaia di persone che battevano le mani, mentre piegavano i loro rami in adorazione di qualcuno; e là, dove lo spazio si apriva come un fiume che scende vorticosamente a valle, il vento urlava con un sibilo sordo che pareva dicesse alle mie sensazioni: Io sono la creazione. 

 

Avevo paura, anche per il buio della notte, ed aumentavo il passo cercando, più dentro di me che dietro un riparo, una difesa da quell’urlo,poiché rincasava nel mio cuore, come un ritornello, scaraventato da un vento impetuoso, che mi coinvolgeva divenendo sempre più pressante nell’intimo, aprendomi ad una dimensione cosmica.L’urlo continuava a dirmi: Io sono la creazione. Mi pareva che quest’urloattraversasse le galassie, non illuminate dal sole, ma emesso da Uno che aveva la voce della natura, la stessa di cui tutti facciamo parte. Uno ha voluto riversare la bellezza degli astri, le leggi delle galassie e il gusto dell’amore dentro di te: Lui è l’urlo della tua vita.Più camminavo, più avevo paura di quell’urlo che si ripeteva ad intervalli; ora mi sembrava di essere l’ultimo soldato che si trovava dinnanzi ad un esercito di miriadi di stelle alle quali, impreparato, non sapevo come ancora sussistere sulla faccia della terra; forse stavo prendendo coscienza di una relazione trascurata, alla quale, ora era giusto ritornare, perché io dovessi prendere il colore della natura, perché lei è mia sorella. Cosa dire a mia sorella con la quale non ho quasi mai dialogato? Gli alberi si piegavano al sibilo dell’urlo, come se fossero obbligati dalla recita di un libro liturgico; in verità noi abbiamo letto troppi libri, ma quello della vita rimanesempre lìin attesa che ci dia una ragione per essere aperto. Ora, forse, avevo trovato una nuova tattica: quella di lasciarmi investire da quell’urlo, associandomi alla voce della natura ed ancor più al senso universale dalla quale proveniva. Ora mi saliva dal cuore una gioia nuova, e come un pulcino impara a pigolare, anch’io cercavo una cassa di risonanza per imitare quell’urlo.La voce della Creazione era formata dal coro d’infiniti pianeti con gli astri ed i loro satelliti, oltre agli asteroidi e dai mondi che non lasciavano trasparire alcun orizzonte e tutti insieme cantavano ad un solo urlo ed io mi convincevo sempre più che gli appartenevo.

 

Mi stavo accorgendo che l’urlo della natura si stava assimilando alle varie situazioni della vita. Intanto, sul marciapiede opposto, una finestra, come un occhio nella notte, s’illuminava, ma dietro quei vetri una donna malata gridava per i dolori.  Forse era l’urlo di una donna che si spegneva, mentre illuminava i suoi prossimi passi verso un’aurora serena. L’albero della sua vita si stava spezzando e l’urlo, come vento impetuoso la gettava nelle braccia di un amore eterno.

 Passando poi davanti all’ospedale, da quella finestra, usciva l’urlo di una partoriente che apriva i primi passi alla vita di un bambino ed anche lui urlava nel coro della natura. Questa apertura alla vita è sempre uno squarciare le tenebre della notte dei tempi, come una cometa luminosa che attraverso un cielo buio e noi tutti siamo così: privilegiati o sfortunati. La bellezza della nostra unicità è l’argomento migliore per dire cosa porta dentro quell’urloin noi e Carlo Acutis ammoniva: “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”.

Sul marciapiededi quella strada, opposto al mio, camminava frettolosa una donnanel buio della notte, là dove il vento sferzava i rami degli alberi che si piegavano per dire mormorando e frusciando: “Dov'è andato il tuo amato” e la seconda ondata di vento rispondeva: Io sono del mio amato e il mio amato è mio”. Su questa rispondenza, mi ritornava alla mente la morte di un figlio e che quella donna andava per la notte del suo cuore in cerca di un figlio perduto, mentre il suo cuore, ma più realmente il mio, ritornava come un minuetto su quel desiderio: “La voce del mio amato che bussa” al mio cuore straziato dal ricordo dell’urlo: “l'ho chiamato, ma non mi ha risposto”.

 

Arrivai finalmente in chiesa dove vidi la croce, per prima cosa; il tutto mio pensare, lungo la strada, si spostava sul senso di questa immagine. L’urlo interstellare, che mi colpiva, nel mio cuore, la faceva ancora da padrone, ma ora era l’urlo della Croce: Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Questa fu l’espressione più universale che la storia possa raccontare, perché Dio ha creato l’immensità dello spazio e del tempo e da queste dimensioni, Gesù urla lo strazio di quando la vita lo lascia, lui che era la vita e la Vita l’ha lasciato: è qualcosa di troppo grande per noi, poter capire la sofferenza  di perdere la vita; san Paolo parlerebbe di annientamento di se stesso. Quando venne l’alba i temporali cessarono ed il vento venne a più mite consiglio ed io, investito di qualche rovescio d’acqua, mi sentivo molto diverso, quasi purificato, perché la paura dell’urlo si scioglieva perché anch’io, nolente o volente, sono nell’eco della cometa di questa vita; l’umanità che non incontrerò sarà là “dov’è pianto e stridore di denti”. Non possiamo prendere la vita “sotto gamba” perché l’urlo è la vita che esplode in te e tu che sei un pulviscolo creato in questo pianeta, gettato nello spazio da quattro miliardi e mezzo di anni, hai lo stesso urlo di quel vento che parla con la natura; l’urlo è la voce della vita che è in te.

 

Paolo Fiorani

 

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