Don Luciano, Aprile: La gioia pasquale non è un’emozione, ma una certezza
Carissimi,
in questo mese di aprile siamo chiamati come credenti e vivere e testimoniare la gioia della Pasqua che non è semplicemente la commemorazione di un evento storico, ma rappresenta il cardine della fede cristiana e il paradigma di una trasformazione esistenziale profonda.
Il passaggio dalle tenebre alla luce. Il termine "Pasqua" (dall’ebraico Pesach) significa "passaggio". Per il cristiano, questo passaggio non è avvenuto una volta per tutte nel sepolcro di Gerusalemme, ma avviene quotidianamente. La Pasqua insegna che nessuna situazione umana è mai "senza uscita": la risurrezione è la prova che l'ultima parola non spetta alla morte, ma alla vita. Vivere "da risorti" nella quotidianità significa assumere uno sguardo nuovo sulla realtà: non rassegnarsi davanti alle ingiustizie, sapendo che la Vita ha trionfato.
La Gioia
Pasquale non è un’emozione, ma una certezza. E’ profondamente
diversa dall’allegria superficiale o dall’ottimismo psicologico.
È una gioia
"ferita": il Risorto porta i segni dei chiodi. Questo
significa che la Pasqua non cancella le sofferenze, ma le redime, dando loro un
senso nuovo.
È una gioia
liberante: nasce dalla consapevolezza di essere amati incondizionatamente, fino al
dono totale della vita. È la gioia di chi sa che il male è già stato vinto,
anche se nel mondo si vedono ancora le tracce della sofferenza.
È una gioia
comunitaria: come testimoniano i discepoli di Emmaus o Maria
Maddalena, la gioia pasquale non può essere trattenuta; essa spinge
all'incontro e alla testimonianza.
La gioia
pasquale è la "luce gentile" che abita il cuore del cristiano,
permettendogli di dire, anche in mezzo alle prove: "Eppure, la vita ha
vinto".
Inoltre non si deve tralasciare che senza la Risurrezione, la Chiesa non sarebbe altro che un'associazione filantropica o un "club della memoria" dedicato a un profeta sconfitto. Come scriveva San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,14) "Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede".
La Chiesa non nasce intorno a una dottrina, ma attorno a una Persona vivente. Senza il Risorto, non ci sarebbe lo Spirito Santo e, di conseguenza, non esisterebbe la missione degli apostoli. Senza la vittoria sulla morte, i sacramenti sarebbero riti vuoti di efficacia spirituale.
La Chiesa può annunciare la speranza al mondo solo perché attinge alla tomba vuota. Se Cristo fosse rimasto nel sepolcro, la Chiesa non avrebbe alcuna "buona notizia" da offrire di fronte al dolore e alla morte.
La Chiesa non ha una missione, ma è una missione: quella di testimoniare che il Vivente è qui. Di fronte a crisi globali (guerre, cambiamenti climatici, disuguaglianze), la tentazione comune è il cinismo o l'indifferenza. Invece, il credente sa che il male non ha l'ultima parola. Questo non porta al disimpegno, ma a una operosità instancabile. Si lavora per la giustizia non perché si è sicuri di vincere umanamente, ma perché si agisce "da risorti", convinti che ogni seme di bene porterà frutto.
Il credente è chiamato a portare la "pace del Risorto" nei contesti di conflitto. Questo significa promuovere il dialogo dove c'è scontro e la giustizia riparativa dove c'è vendetta.
Per tutte queste ragioni la Chiesa Pasquale non guarda al sociale come a una serie di problemi tecnici da risolvere, ma come a un luogo dove testimoniare che la Vita è più forte. È una Chiesa "in uscita" che non ha paura delle ferite del mondo, perché sa che proprio da quelle ferite può passare la luce.
Buon tempo
pasquale!
don Luciano









