DOBBIAMO ESSERE MIGLIORI!

Alcune riflessioni a partire dalla visione di due film apparentemente così differenti: “Suffragette” e “Zootropolis”. Chi vogliamo diventare? E cosa proponiamo come modello ai nostri figli?

In famiglie numerose può capitare che anche per uno spettacolo al cinema si decida serenamente di dividersi. L’ultima volta, mi è accaduto qualche giorno fa: mentre mia moglie optava con la ragazza più grande per “Suffragette”, i tre figli più piccoli venivano da me scortati verso una proiezione di “Zootropolis”. Tornando a casa, in auto, seguivo, complice lo specchietto retrovisore, l’incrociarsi festoso di echi entusiastici e arditi tentativi della prole di fare sintesi, esporre l’idea guida o, come ancora si dice, capire la morale. C’è forse un punto di contatto fra due pellicole apparentemente così differenti? L’avvincente ricostruzione del movimento di protesta che nella Londra del 1912 portò le donne alla conquista del diritto di voto, cosa può avere in comune con l’ultima visionaria fatica di quel genio dell’animazione che risponde al nome di John Lasseter, produttore esecutivo tuttofare della premiata ditta Disney?

A prima vista proprio nulla, eppure – anche grazie alla funzione di memoria che conserva la festa (non solo consumistica) dell’8 marzo – mi sono chiesto se la coniglietta di campagna che nel cartone animato fa di tutto per diventare una poliziotta nella grande città, non abbia anch’essa beneficiato di quella lotta sacrosanta che tante donne nostre progenitrici hanno combattuto e vinto all’inizio del secolo scorso… A rielaborare le interpretazioni senza preconcetti dei bambini, “Zootropolis” dimostra che ciascuno con l’impegno e la volontà può diventare quello che desidera, ma soprattutto che anche se qualche membro della specie dominante si comporta male, questo non vuol dire che tutti i predatori siano da condannare, proprio perché non è il nostro Dna che in ultimo ci determina.

C’è qualcosa di affascinante in questi assunti, ma anche qualche rischio. A che prezzo puoi diventare quel che vuoi? Se nessuno deve credere in una sorta di determinismo genetico, è pur vero che il “self made man” (o “woman”) americano è un modello che oltre ad alcuni vincitori ha fatto non poche vittime. Se teorizziamo che nella giungla della vita è lecito che il più forte vinca … la corsa per il successo diviene una perversa declinazione dell’antico “mors tua vita mea”. Dobbiamo inevitabilmente conciliare la libera scalata sociale fondata sul merito, con il rispetto di regole che garantiscano un minimo di equità sociale, nel nostro Paese e ancor più nel mondo, dove tragicamente i più muoiono stritolati dall’ingordigia dei pochi.

E allora mi chiedo di nuovo: chi vogliamo diventare? E cosa più o meno subliminalmente proponiamo come modello ai nostri figli? Cosa auguriamo alle donne e agli uomini che diventeranno quelli che ora sono bambini!? Che orizzonte di senso sappiamo loro indicare? Non dimentico un monito ascoltato di recente che, se potessi, affiggerei in ogni luogo pubblico: “non dobbiamo essere I migliori, dobbiamo essere migliori!”. Forse è questo il segreto, augurare a ciascuno di saper rispondere con i talenti e la libertà che gli sono stati donati alla propria più profonda vocazione. Diventare quello che già in potenza si è, non un altro. Mettere a frutto tutte le proprie potenzialità che sono uniche e irripetibili come ognuno di noi.

E questo anche nel confronto fra i sessi. Le donne hanno ben capito che la loro emancipazione non si compie nel cercare di diventare come gli uomini; e gli uomini, oltre a sapere di non essere il sesso forte, non possono più ritardare la loro presa di consapevolezza che il lavoro non è e non può essere l’unico ambito di impegno e realizzazione.


A dispetto della gravità della crisi, lungi dal credere che i nostri progenitori siano stati più fortunati di noi, non possiamo che vivere con gratitudine le conquiste raggiunte senza dimenticare che ogni diritto comporta una responsabilità. E come ci hanno ricordato gli “Stadio” vincendo quest’anno il Festival di Sanremo, la responsabilità che mai passerà di moda è quella di donarsi gratuitamente: “un giorno ti dirò che ho rinunciato alla mia felicità per te”.

Giovanni M. Capetta, per Agenzia SIR

Cernusco sul Naviglio, 14 marzo 2016