Don Luciano, Luglio. Ciò che porto nel cuore…

Cari fratelli e sorelle,
giunge il momento del saluto e, con esso, il desiderio di condividere con voi ciò che porto nel cuore in questa fase di passaggio.
Nella Chiesa, un trasferimento non è mai un semplice cambio logistico o burocratico. Siamo parte di un corpo vivo che respira e si muove secondo il soffio dello Spirito.
Il sacerdote non appartiene a sè stesso, né a una singola comunità, ma è un servo itinerante del Vangelo. Lasciare Cernusco significa obbedire ad una chiamata più grande, riconoscendo che siamo tutti “servi inutili” che seminano in campi diversi, certi che è Dio a far crescere il frutto e non noi. Infatti, la natura stessa del sacerdote è quella di essere un pellegrino. Partiamo perché il Signore, attraverso il Vescovo, ci chiama altrove nella sua Chiesa attualizzando la promessa fatta il giorno della nostra Ordinazione Sacerdotale.
Per questo motivo, nella visione ecclesiale, il trasferimento di un sacerdote non è un evento puramente organizzativo ma un atto di obbedienza al Signore che ci chiama a non installarci mai definitivamente, a non considerarci padroni di nulla e di nessuno. Il sacerdote porta in sé questo segno: la sua presenza vi dice che Dio vi ama attraverso un uomo, ma la sua partenza vi ricorda che quell’uomo non è Dio. Siamo chiamati a vivere questo distacco come un momento di maturità cristiana: il nostro partire e l’arrivo di altri preti sono i battiti di questo cuore che continua a pompare il sangue del Vangelo in direzioni sempre nuove. Questo distacco serve a ricordare a noi e a voi che il centro non è il prete, ma Cristo.
Guardo indietro a questi nove anni con profonda commozione e immensa gratitudine al Signore.
Nove anni non sono solo una frazione di tempo; sono una stagione della vita. Nove anni significano aver condiviso quasi un decennio di cammino spirituale, di scelte pastorali, di speranze e di fatiche quotidiane. Quando sono arrivato tra voi, ero per molti un estraneo; oggi parto sentendomi parte di una famiglia. Tuttavia, proprio la profondità di questo legame mi spinge a riflettere con voi sul senso autentico di ciò che stiamo vivendo: il passaggio di un testimone.
Parto portando con me i volti di chi ho visto nascere, crescere, e di chi ho accompagnato nell’ultimo viaggio verso il Padre. Questo tempo non è stato solo un “periodo di lavoro”, ma una porzione significativa della mia esistenza in cui le vostre gioie e le vostre fatiche sono diventate le mie.
Grazie per il bene che ho ricevuto: la vostra accoglienza, la pazienza, la fede vissuta nella quotidianità. Grazie per il bene che abbiamo cercato di costruire insieme: anzitutto l’Adorazione Eucaristica, poi ogni preghiera, ogni gesto di carità e ogni incontro ha arricchito la mia vita sacerdotale. Un grazie immenso ad Angelica e Andrea, li voglio citare con profonda gratitudine perché mi hanno seguito con fedeltà e dedizione totale in questi nove anni. Il loro sostegno discreto e instancabile è stato il terreno fertile su cui io e la diaconia abbiamo potuto seminare anzitutto nella comunione fraterna. Un altro immenso grazie alla diaconia per il dono della comunione presbiterale. Devo ammettere che all’inizio non è stato facile, ma oggi, vivere una diaconia fatta di stima reciproca e armonia tra noi sacerdoti e le suore è stata per me una forza inesauribile. Questa fraternità non è scontata: è un segno del Regno di Dio tra noi.
Lavorare insieme, non come singoli professionisti del sacro, ma come fratelli che si vogliono bene, ha reso il peso della responsabilità molto più leggero e il servizio alla comunità molto più credibile.
Un ultimo grazie sincero ai numerosi collaboratori (non posso citarli tutti…) nei diversi ambiti della vita della comunità che hanno contribuito a farla crescere. Senza il loro aiuto molte delle opere (ne ho contate quasi un centinaio) e dei frutti che oggi vediamo non avrebbero potuto vedere la luce.
Allo stesso tempo, perdonatemi se in qualche occasione non sono stato all’altezza del mio compito, se ho mancato di ascolto o se le mie fragilità umane hanno creato ostacoli anziché ponti.
Prima di concludere, da buon padre che ama e conosce i suoi figli sento il dovere di consegnarvi un’ultima riflessione sulla vigilanza spirituale. Non è un giudizio ma un consiglio fraterno che può diventare impegno concreto per crescere nella fede e nell’amicizia tra voi. Cernusco sul Naviglio è una bella comunità, ciò lo si deve riconoscere per la vostra storia, per il vostro impegno, la fede e la serietà con cui vengono assunti gli impegni nei diversi ambiti. Esiste però un difetto sottile e pericoloso che può colpire sia il pastore che la comunità anche di Cernusco: è l’autoreferenzialità, definita da Papa Francesco come una forma di “mondanità spirituale”. L’autoreferenzialità porta a chiuderci nel nostro “piccolo mondo”, a pensare che i nostri schemi siano gli unici validi, che la nostra “gloriosa” parrocchia sia tra le più belle e significative della Diocesi. Una comunità autoreferenziale è una comunità che si specchia nelle proprie tradizioni e non guarda più fuori dalla finestra per accorgersi della ricchezza degli altri.
Il risultato è quello di vivere nel ricordo di qualche tempo passato o di qualche prete più o meno carismatico passato tra noi rincorrendo l’effimero sentimento vanaglorioso di ciò che non c’è più senza guardare il dono che Dio ci sta facendo adesso. Ciò porta inevitabilmente ad un risultato mediocre e cancerogeno per la vita della Comunità: quello di creare piccoli gruppi d’élite o “fazioni” che monopolizzano i servizi e gli spazi parrocchiali, escludendo i nuovi arrivati o chi la pensa diversamente da noi e dalla nostra cerchia. L’autoreferenzialità spesso si ferma all’apparenza e l’inevitabile pre-giudizio diventa criterio di discernimento portandoci a vedere solo noi stessi e a lamentarci sempre del bicchiere mezzo vuoto senza mai riconoscere la bellezza e la fecondità dell’altra parte che riempie lo stesso bicchiere. L’autoreferenzialità fa agire per istinto e il criterio di discernimento non è più il Vangelo e la fede ma il proprio umore o le proprie simpatie.
Restate una comunità aperta, capace di guardare oltre i propri confini, oltre le proprie strutture, e di accogliere le nuove famiglie e il nuovo pastore non come il sostituto di un uomo, ma come il segno rinnovato della presenza di Cristo tra voi. Cernusco merita molto e tocca ciascuno di voi mantenere la bellezza umana e spirituale di questa Comunità facendola crescere ogni giorno con l’impegno di ognuno.

A tutti e a ciascuno il mio grazie, la mia preghiera e la mia benedizione... Chiedo anche a voi così per me e per don Andrea Lupi.

Don Luciano