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Martedì 24 Novembre

PEDALATA MISSIONARIA. LE TESTIMONIANZE

Durante la “Pedalata Missionaria” dello scorso ottobre alcuni partecipanti hanno riportato alcune testimonianze, che proponiamo ai nostri lettori.

Testimonianza Aurora Bachelet

Da una decina di anni insegno all’Istituto L’Aurora , scuola paritaria presente da più di trent’anni a Cernusco.
È una realtà che ha salde radici e si pone costantemente in dialogo con il territorio. L’emergenza educativa odierna è accolta in tutta la sua sfida ma anche in tutta la sua bellezza e affrontata con uno sguardo di bene che noi insegnanti cerchiamo di avere sui bambini e sui ragazzi che incontriamo nel nostro quotidiano. Attraverso le nostre discipline spalanchiamo i nostri alunni al reale, li sollecitiamo nella loro libertà ad essere protagonisti del presente e a guardare ai testimoni significativi di ieri e di oggi.
L’Aurora è una scuola aperta e accogliente in quanto capace di valorizzare le differenze nella chiave del dialogo. È inoltre una scuola inclusiva perchè guida ciascun studente alla scoperta delle proprie potenzialità. Cecilia Tasca

Testimonianza di un Educatore dell'oratorio, Alessandro:

In questo 2020 capita anche di concludere un percorso. Con la consegna della regola di Vita sono finiti i miei meravigliosi 8 anni da educatore. La Missione è la più semplice e la più difficile: affermare a dei ragazzi delle medie e delle superiori che c'è Qualcuno e Qualcosa di grande che continua a incontrarci e che cambia le nostre vite. E allora il desiderio è quello di aver seminato, anche poco.
Ma non spetterà a me raccogliere: è un dono per i ragazzi e per la Comunità.

Testimonianza Croce Bianca

La croce Bianca è nata più di cento anni fa, in un oratorio di Milano su proposta di un Sacerdote e anche a Cernusco, quasi sessant'anni fa, veniva fatta la stessa proposta da don Giuseppe Locatelli a tanti giovani e adulti per dare vita a una sezione della Croce Bianca nella nostra Comunità.
Un presidio locale in grado di portare il primo soccorso e per il trasporto degli infermi.
così da quei gironi, tante donne e volontari, tanti collaboratori, hanno donato e donano, tempo, professionalità, intelligenza e forza per garantire il soccorso di emergenza e urgenza o il trasporto degli infermi. 
Questa è la nostra missione. Una missione che è diventata possibile ed è possibile tutt'ora perchè ha un riferimento chiaro e condiviso dai volontari e collaboratori: si tratta di una frase scritta sui nostri stendardi e soprattutto scritta nei nostri cuori "Ama il prossimo tuo come te stesso".
Quando veniamo chiamati al soccorso di emergenza per un essere umano infelice nella sua sofferenza e nella solitudine del dolore, è con lo spirito di questa frase che usiamo la giusta attenzione, quando guidiamo in urgenza, la giusta soluzione per manovre di soccorso, il giusto coraggio e la giusta pietà. non siamo supereroi, ma un pò speciali si, perchè nonostante i nostri limiti, le nostre paure, qualche difetto, noi ci siamo, ci mettiamo in gioco e lo facciamo perchè crediamo che in questo mondo siamo tutti fratelli.
Per concludere, vorrei fare un accenno riferito al difficile periodo di pandemia in corso. Come tutte le Croci Bianche e le altre Croci sparse nel nostro territorio, abbiamo faticato non poco per mantenere attivi i nostri presidi e sono state veramente tante le persone soccorse, trasportate.
Attraverso le protezioni che indossavamo e indossiamo, capiamo la paura e lo smarrimento delle persone che venivano trasportate, abbiamo condiviso queste loro sofferenze, cercando di dare conforto oltre il primo soccorso.
Queste sono esperienze che non si potranno dimenticare.
Ma è bello ricordare, e non lo dimenticheremo mai, il volto di un bimbo che, in pieno periodo Covid, ha avuto fretta a venire di venire al mondo chiamandoci a testimoniare che la vita continua e riempire di speranze e di gioia la famiglia e l'intera comunità.

Testimonianza della Scuola d’Italiano per Stranieri

La scuola di italiano per stranieri si contraddistingue per il suo peculiare stile di insegnamento: il desiderio di accogliersi, di conoscersi e di comunicare da parte di persone di Paesi e di culture diverse, costituisce da sempre la motivazione fondante della scuola. Vuole essere una “scuola in uscita”, “ dalla porta sempre aperta”, dove chiunque si senta ancora straniero nel nostro Paese, possa entrare col desiderio di conoscere persone nuove, di condividere usi e costumi diversi dai propri. Infatti spesso, a un percorso didattico sistematico, si preferisce affrontare argomenti attingendo dal vissuto quotidiano di ciascuno, in una modalità il più possibile spontanea. I sussidi didattici utilizzati servono per lo più da spunto per avviare attività che favoriscano l’interazione in italiano. Anche le feste sono importanti per la nostra scuola: per esempio, la condivisione di piatti delle diverse culture sono una delle occasioni concrete per vivere momenti conviviali di fraternità e di comunione che ciascuno porta con sé, perché desiderato da Dio, sorgente e fine di ogni desiderio umano.

Testimonianza delle Acli Cernuschesi

Era il 1946 quando, qui a Cernusco, aprì il segretariato del popolo – oggi patronato - , con lo scopo di assistere indistintamente tutti i lavoratori nella tutela dei loro diritti. Allora, si era nel dopoguerra, si distribuiva anche cibo gratuitamente o a prezzi calmierati.
Sì, perché allora, e purtroppo anche oggi, ancora di più in questo tempo inedito e complesso, molte persone vivono condizioni difficili, dolorose, per mancanza di lavoro, per solitudine o per altri innumerevoli problemi. È principalmente a loro che le Acli si rivolgono, attraverso vari servizi che definiremmo “di aiuto concreto”, ma attente anche a capire le dinamiche che muovono la società e a volte conducono a situazioni di ingiustizia.
Con questo sguardo e con questo spirito, ormai più di vent’anni fa abbiamo aperto una scuola di italiano. Non potevamo fare di più per attenuare le difficoltà che molti immigrati incontrano ma credevamo e crediamo che la reciproca conoscenza sia un primo passo per una piena cittadinanza.
Purtroppo, con la diffusione del coronavirus, abbiamo dovuto chiudere la scuola e anche i nostri servizi ne hanno risentito. Ma con grande sforzo e dedizione il nostro circolo con i suoi volontari è riuscito a rimanere vicino ai cittadini, mantenendo le attività di patronato, il servizio per colf e badanti, quello fiscale. Per farlo ci siamo dovuti avvalere dell’uso delle nuove tecnologie e attraverso il nostro sito web abbiamo fornito quotidianamente informazioni che potessero essere utili ai cittadini. Poi a metà maggio, quando la situazione era ancora incerta, abbiamo aperto le nostre porte in sicurezza, disponibili e consapevoli che non potevamo lasciare sole le persone, soprattutto le più fragili.
Siamo una presenza attiva nella nostra città, con circa 200 soci, una ventina di volontari e tanti amici;abbiamo come missione l’obiettivo di costruire ponti tra le persone e cogliere nuove sensibilità, sempre attenti alle persone, ai loro bisogni, anche attraverso i nostri Servizi, ma volendo essere anche uno stimolo culturale e politico nella comunità. Abbiamo spesso accompagnato la città e i suoi cittadini nella loro crescita, nei cambiamenti, a volte ponendoci anche come anticipatori di trasformazioni in campo sociale e sindacale. Noi vogliamo continuare ad esserci soprattutto in tempi difficili come questo!
Come Acli sentiamo profondamente questa iniziativa: nel nostro DNA c’è sempre stata la volontà di essere con la gente e tra le genti: essere in uscita appunto. Tra le prime indicazioni fornite a coloro che all’associazione vogliono aderire, vi è quella di ricordarsi sempre che l’aclista “sta sulla porta della chiesa, con un piede dentro e uno fuori”, una metafora, ad indicare un ruolo di collegamento tra quanto avviene nella Chiesa e nella società, perfettamente allineata con l’odierna iniziativa.
Cogliamo l’occasione per dire che siamo aperti ad incontrare chiunque volesse approfondire la conoscenza della nostra associazione e fosse interessato a fornire un suo contributo.
Giuseppe P. ( circolo Acli di Cernusco )

Testimonianza del Centro d’Aiuto alla Vita

il CAV nasce ufficialmente nel 1989 per iniziativa di un gruppo di donne socie del Centro Italiano Femminile.
Il 22 maggio del 1978 il parlamento ha approvato la legge 194 conosciuta come legge sull’aborto, in realtà promulgata come “NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA” ma nella sua parte riguardante la tutela e stata parecchio disattesa.
Il Cav nasce proprio con l’intento di tutelare la maternità impegnandosi, nel pieno rispetto della dignità e della libertà della donna, per rimuovere le cause le difficoltà che potrebbero portarla ad abortire.
Il cav è composto di soli volontari/e, ma, qualora se ne ravvisi la necessità, si avvale del supporto di professionisti, collabora con Caritas, San Vincenzo, consultori pubblici e privati, servizi sociali ed altre associazioni.
In questo momento stiamo assistendo circa 130 mamme ogni mese.
Questi 31 anni di attività sono nati 1675 bambini che senza l’aiuto del CAV forse non avrebbero mai visto la luce e 2730, incontrati dopo la nascita, sono stati aiutati a crescere un po’ più serenamente.
Dall’inizio della pandemia ad oggi il cav,pur avendo chiuso la sede, non ha mai interrotto la sua attività assicurando anche la presa in carico di “casi” nuovi.
L’origine Cristiana del Cav? La vita trasmessa dai genitori ha la sua origine in Dio (Evangelium vitae) “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che uscissi alla luce ti avevo consacrato” (Ger.1,5). Il 5° comandamento “NON UCCIDERE” La celllula zigote racchiude in se tutte le possibilità di diventare uomo è intrinsecamente destinato a diventarlo, va rispettato e per questo trattato come tale.“Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo” (Gn9,5).La vita è sacra e inviolabile.

Testimonianza di due professori

Un insegnante senza i suoi studenti in classe, costretto a fare lezione davanti allo schermo del pc, è come un pittore che dipinge senza tavolozza e pennnello; è come un cuoco che cucina senza condimenti oppure un falegname che intaglia la plastica.
Tutto sembra distante, incolore e freddo, mentre la relazione umana con i propri allievi è fatta di presenza fisica, di rumori, di calore e di profondità che uno schermo inevitabilmente appiattisce.
Eppure, di fronte a queste fatiche la scuola non si e’ scoraggiata, ma ne ha fatto occasione di crescita: si sono riscoperti valori come la solidarietà tra colleghi, la collaborazione con le famiglie, un modo di insegnare pensato a come coinvolgere gli studenti più che a come valutarli.
Le video lezioni spesso sono state l’unica opportunità per gli studenti di confronto, seppur a distanza, con i propri coetanei, in un periodo in cui erano reclusi in casa!
Gli insegnanti hanno svolto così il loro ruolo di educatori, nel senso etimologico del “condurre fuori” e quindi dell’accompagnare gli allievi nella loro vita quotidiana: “imparare per la vita, non per la scuola”, dicevano gli antichi!
Insomma, la scuola ha sperimentato una cosa prettamente cristiana, cioè vivere anche i momenti più difficili come una occasione di Grazia del Signore, che non ci assegna mai compiti più grandi delle nostre possibilità, anche se essi ci sembrano gravosi.
Luca Manzoni

L’Itsos di Cernusco è una delle scuole più grandi d’Italia, circa 1700 studenti. Fino allo scorso febbraio, quasi duemila persone varcavano quotidianamente la soglia di quest’istituto; un paese insomma. Come tutti, veniamo da un secondo quadrimestre di didattica interamente a distanza. Adesso le classi sono divise in due gruppi che vengono in presenza a giorni alterni, gli ingressi sono scaglionati. Prendiamo i ragazzi negli spazi esterni contrassegnati dalla segnaletica antincendio, e li accompagniamo nelle aule un gruppo alla volta; è come se ogni giorno ci fosse un terremoto: il percorso è lo stesso, solo al contrario. Indossiamo la mascherina sempre, sorridiamo con gli occhi agli studenti, e tra colleghi è il saluto fugace, nei corridoi, mentre camminiamo di fretta sui percorsi obbligati. Ci sta bene così, ci godiamo questa presenza “condizionata", che durerà chissà per quanto, prima che si ritorni di nuovo tutti a distanza.
La testimonianza che posso offrire, come prof di religione di questa scuola, è peregrina, in movimento, proprio come voi che siete venuti a trovarci in bicicletta. Il bilancio non può che essere parziale, perché c’è ancora un po’ di strada da fare, di deserto da percorrere. Non è una metafora molto originale, quella del deserto, ma credo sia la migliore possibile per rappresentare questa esperienza, e comunque coerente con ciò che insegno. Tutta la nostra “strategia” didattica va in questa direzione: non sprecare questo tempo in lagne e piagnistei, ma camminare assieme cogliendo le opportunità di ricerca che gli eventi attuali ci consegnano. D’altra parte, considerare la vita un dono ci “obbliga” a ritenere tale anche questo pezzo di vita poco fortunato, o altri peggiori.
Ciò che segna (e in-segna davvero), d’altra parte, è l’esperienza. E del deserto, la scorsa primavera, abbiamo davvero fatto esperienza. Era un’evidenza geografica direi. Ben più segnante di qualunque lezione sull’Esodo. Ancora oggi, in queste settimane, è così: il rischio dell’idolatria negazionista; la tentazione divisiva procurata dai falsi profeti che hanno a cuore solo il loro interesse; e pure, quando meno te l’aspetti, la comparsa del desiderio, della mancanza che diventa speranza, fiducia, progettualità amorevole.
Ecco, questo posso dire in quanto prof: che ho la felice opportunità di vedere quotidianamente la parte migliore della nostra società, quella dove questo deserto dà i suoi migliori frutti, dove la forza del desiderio (di scuola, di futuro, ecc) accade nella sua qualità più genuina. I ragazzi sono felici di essere tornati in classe, hanno vissuto questo momento come, appunto, un desiderio esaudito, si stringono fra loro e ai prof, comprendono i sacrifici, collaborano. Hanno acquisito maturità e consapevolezza. E questo, nel contesto molto confuso e precario che stiamo vivendo, ci dà la forza della visione, come profetica, di un futuro sul quale riversare pienamente e serenamente la nostra fiducia.
Roberto Rossi

Testimonianza di un dirigente dell’Aso, che ha anche vissuto l’esperienza di ammalarsi seriamente di Covid19

“ Aver preso parte alla pedalata missionaria,quale testimonianza di una chiesa in uscita capace di aprirsi e di mettersi in relazione con tutta la nostra città ha assunto per me un duplice valore.
Il primo è personale ed è legato alla mia condizione di malato di covid che nel mese di marzo insieme purtroppo a tanti della nostra città si è ritrovato nel nostro ospedale.
Sostare davanti ai luoghi simbolo della sofferenza che in primavera ha costretto molti cittadini a vivere questa esperienza non nego che ha emozionato tutti i partecipanti alla pedalata.

Il mio pensiero , ed il mio ringraziamento è rivolto a tutto il personale sanitario delle nostre strutture, l’ospedale Uboldo , il Fatebenefratelli ed il Biraghi, personale che oltre ad assistere con la loro competenza e professionalità , ha messo in campo una umanità straordinaria che ha permesso a molti di affrontare e superare momenti di solitudine ed anche di disperazione.
Chiedo a tutti quanti di rivolgere a loro un pensiero ed una preghiera per aiutarli a superare questi momenti difficili.
Il secondo è legato indissolubilmente alla mia appartenenza all’associazione Sportiva Oratori. L’associazione nasce dieci anni fa ma affonda le proprie radici nelle gloriose e prolifiche storie dei gruppi sportivi oratoriani presenti fina dagli anni sessanta nei nostri oratori, il GSO Paolo VI e l’AS Sacer.
L’idea di affiancare alle tante attività oratoriane anche l’attività sportiva nasce dalla necessità di seguire i nostri ragazzi e le nostre ragazze in ogni momento della loro vita e l’attività sportiva è sicuramente un attività tra le più praticate dai nostri ragazzi. L’impegno è quello di essere parte di una comunità che insieme agli altri percorsi educativi trasmette alle nostre ragazze e ragazzi il messaggio cristiano ed educa ai valori importanti della vita. In questo modo la catechista, l’animatore , l’educatore e l’allenatore , insieme alla tante figure di giovani ed adulti che operano nei nostri oratori riescono, o meglio provano, ad essere anche testimoni della vita bella del vangelo.
Non si possono dimenticare le parole del nostro Papa Francesco che in occasione di uno dei tanti incontro con gli sportivi ha ribadito”…””E’ bello quando in parrocchia c’è il gruppo sportivo, e se non c’è un gruppo sportivo in parrocchia, manca qualcosa. Ma questo gruppo sportivo dev’essere impostato bene, in modo coerente con la comunità cristiana … Lo sport nella comunità può essere un ottimo strumento missionario, dove la Chiesa si fa vicina a ogni persona per aiutarla a diventare migliore e ad incontrare Gesù Cristo.”
Preghiamo tutti insieme perché l’attività sportiva nei nostri oratori sia sempre impostata bene, in modo coerente con la nostra comunità.

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- PEDALANDO E RINGRAZIANDO DALL’ALTARE ALLE CASE