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Martedì 24 Novembre

INTERVISTA “A BRACCIO” A DON SANDRO SPINELLI

Oggi 28 Giugno ricorre il 50° di ordinazione di don Sandro Spinelli. Proponiamo ai nostri lettori l’intervista di Voce Amica…

La prima domanda è certamente la più semplice, com’è nata la tua vocazione?

E stato un pomeriggio estivo: tornavo dal lavoro dalla Magneti Marelli a Milano, il pullman che passava mi ha lasciato in piazza Gavazzi. Per andare verso casa in via Briantea, si passava davanti all’allora bar “La Vecchia Cernusco” e i ragazzi frequentatori, mi chiesero se quella sera ci saremmo rivisti, perche io giocavo a calcio e quella sera avrei dovuto giocare. Ma mi e venuta un’ispirazione,ho sempre seguito l’ispirazione in tutta la mia vita, e stata una cosa istintiva: entrare in chiesa e vedere che effetto faceva il sole attraverso il rosone della nostra chiesa. Mi sono incamminato accompagnato dagli sfotto e dalle parolacce dei ragazzi e sono stato avvolto anzi spaventato, da questo silenzio.
Non ero un cattivo ragazzo e avevo solo sedici anni, pero mi ero molto allontanato dalla “strada buona” e, quindi un po’ spaventato da questo silenzio, sono uscito dalla porta dove c’e l’altare della Madonna. Uscendo ho visto una donna che piangeva, mi sono avvicinato chiedendole se fosse capitato qualche cosa; la donna era mia madre che, con voce commossa, mi ha detto: “vengo qua ogni giorno a pregare e piangere, perche nessuno dei miei figli va in chiesa”. Prendendola a braccetto siamo tornati verso casa, e li ho sentito dentro di me un’agitazione dell’animo. Anche nei giorni successivi, i miei compagni di lavoro, che erano per la maggior parte anticlericali, hanno intuito che dentro di me qualcosa era accaduto.
Cosi e passato un anno con questo turbamento, poi a settembre ho detto loro che andavo in un posto bellissimo: in seminario! Mi dissero con stupore “ma se sei sempre stato qui in mezzo a noi che bestemmiavamo tutti i momenti, come fai ad andare a prete?” Eppure quegli stessi colleghi sono stati i miei “testimoni” alla mia prima Messa.

Oltre alla tua famiglia, anche i sacerdoti che erano a Cernusco ti hanno aiutato nella tua scelta?

Certo! Comunque ho riscoperto la figura dei preti: don Luigi Del Torchio, don Giuseppe Locatelli e anche don Felice Riganti, sono cosi entrato in seminario a Venegono, dove ho frequentato le medie, il ginnasio, e poi il liceo classico sostenendo gli esami fuori dal seminario. Mentre in seminario ho fatto gli anni di Teologia e qui in chiesa prepositurale ho fatto la Vestizione proprio prima della Prima Teologia.

Certamente la tua vita in seminario non è stata sempre diciamo facile, ad un certo punto hai lasciato, puoi raccontarci cosa è successo?

Che cosa e successo, da qui si capisce come la Provvidenza ti segue, ti pressa, tu vai ti sganci ma la Provvidenza di Dio ti segue sempre! La vita in seminario non mi si addiceva, certe regole facevo fatica ad accettarle, il non parlare dialetto ad esempio, o altre rigidita di comportamento, mi hanno spinto a chiedere di uscire, e lasciare non era certamente facile perche bisognava stare due anni fuori dal seminario, per poi riprendere, ma in un altro seminario. Cosi era allora la legge Canonica.
Ma l’episodio che mi ha messo in discussione, e che con altri amici ci siamo recati dal Cardinale Montini a chiedere, se una volta diventati preti, potevamo partire per le Missioni: dopo il Concilio nascevano i preti Fidei Domini. Il Cardinale, molto chiaramente ci ha detto che se quella era la nostra vocazione, dovevamo uscire ed andare in quegli istituti religiosi come il PIME o i Comboniani. Cosi non ho visto altra via d’uscita: l’attrazione missionaria era la cosa piu importante e cosi ho lasciato.

Come mai hai scelto di fare il servizio militare, visto che i preti erano esonerati dal farlo?

Qui c’e un altro fatto che ha cambiato la mia vita. Mio fratello Angelo, che aveva due anni meno di me, molto di sinistra, credente ma poco praticante, che litigava sempre con i preti, in una sua licenza dal servizio militare a Foligno, mentre io ero a casa in vacanza dal seminario, eravamo a pranzo noi due soli, ad un certo punto mi ha detto ”voi seminaristi la finirete di avere certi privilegi, voi preti non pagate le tasse, non andate a militare”, mentre lui pur essendo il terzo maschio e dovuto partire. Bene questa frase mi ha scombussolato tanto che al mattino dopo mi sono alzato, ho tolto la veste e ho detto a mia madre, “mamma non piangere non preoccuparti” e con il motorino di Don Luciano Farina, che era in seminario con me, ma avanti due anni, sono andato al distretto a Milano. Ho detto al colonnello di turno, che volevo fare il militare, non potevo tornare a casa, Angelo mi avrebbe sparato. E dopo essere stato ricoverato all’ospedale militare, per curarmi una varice, sono partito, prima ad Arezzo, poi a San Giorgio Cremano, ed infine a Peschiera del Garda.
In quegli otto mesi a Peschiera, guarda com’e la Provvidenza e come costruisce la tua vita, un giorno recandomi a Verona a visitare la citta, sono passato davanti ad un’enorme costruzione in periferia, ecco la prima ispirazione: vado dentro a vedere. Era il seminario per l’America Latina e li sono rimasto abbagliato.
C’era una grande mappa dell’America Latina, in sughero, con degli spilli che contrassegnavano la presenza di preti diocesani e volontari laici. Finito il militare, ho chiesto di entrare e qui l’aiuto di don Giuseppe e di don Luigi e stato fondamentale. Io ero a casa e non avevo il coraggio di dire vado in seminario; e stato don Luigi che parlando con don Giuseppe gli ha chiesto “sa fem de chel bagai li’?” Da come vive si capisce che c’e qualcosa, cosi chiedendomi cosa io volessi fare e sentendomi esprimere il desiderio di entrare in quel seminario a Verona, con la mitica Citroen di don Luigi, mi hanno accompagnato.
Dopo aver avuto il permesso dal Vescovo di Verona, e trascorsi sei mesi ho cominciato la mia “avventura”, e nel 1970, il 28 giugno, sono stato ordinato prete.

Come mai tra le tante destinazioni del seminario di Verona, hai scelto il Brasile?

Anche qui la Provvidenza ci ha messo mano. Quando ero a Napoli per il militare, mi e capitato di leggere un libricino che conservo ancora, intitolato “Nord est del Brasile zona esplosiva, triangolo della fame”, scritto da un sociologo brasiliano Josue De Castro che lavorava all’Onu, dove raccontava la vita dei contadini, estremamente poveri di quella regione. Il libro mi soffocava dentro ed e altrettanto vero che negli anni di seminario, chiedevo di essere destinato in Brasile.
Quindi dopo essere diventato prete e aver passato i primi due anni in diocesi a Verona, come da regola, sono partito condividendo l’esperienza con un equipe di preti della diocesi veronese, che gia operava li, e cosi il Brasile e diventato il mio amore.

Mi ricordo che durante le vacanze estive tu eri un vero trascinatore dei mitici oratori feriali degli anni 70, quali sono i tuoi ricordi?

D’estate in quei tre anni di seminario, qui a Cernusco avevo spazio di operare ed e nata la “citta dei ragazzi”, l’oratorio feriale esperienza bellissima, grazie anche al carisma di don Giuseppe, che aveva creato un gruppo di giovani, niente di speciale, semplice, ma di una fede matura. Un gruppo che ha temprato anche la mia vocazione, ed e li che alla sera raccontavo il giallo di “Sfraghis” o della “Gamba d’oro” cose mai finite perche le inventavo al momento, ma che ancora adesso molti giovani ricordano.

Raccontaci dei tuoi anni in Brasile, dove sei stato come missionario?

La mia vita e stata andare e tornare, e andare di nuovo, dal 1972 al 1987 sono andato a finire proprio nel Nordest, a Pimenteiras, un paesino sperduto nella polvere, dopo che i primi anni li avevo trascorsi con gli altri preti a Teresina citta di 150 mila abitanti, capitale del Piaui, dove ho scoperto anche la mia passione per la ristrutturazione, che poi ho mantenuto anche qua in Italia. Pero una sera invitato a casa da un contadino, Gregorio, mi ha offerto la cena a base di riso cucinato dalla moglie Benedetta, accompagnato da alcune sardine che poco prima aveva fatto comprare dal figlio maggiore, eravamo in dieci a dividere riso e sardine, tornando a casa quella sera dove avevamo le “comodita” mi ha mandato in crisi tanto che ho chiesto al vescovo di Verona di rientrare in Italia. Ma dopo che mio fratello Angelo mi invitava a tornare e fare il prete “borghese” sono tornato in Brasile.
Ho chiesto sempre al vescovo di Verona, tra parentesi ho sempre incontrato vescovi che mi hanno aiutato, di poter fare un esperienza diversa. Cosi con il furgoncino della nostra equipe ho girato per il Piaui finche sono arrivato in un paesino, dove la torre del campanile era crollata a meta, le porte della chiesa divelte: ero a Pimenteiras terra degli indios Pimenteiros. Il primo incontro fu con dei ragazzini che giocavano nella polvere e chiedendogli se li ci fosse un prete, la risposta fu “non tem padre porque nos escorracamos ele”... cioe che l’ultimo prete la gente lo aveva scacciato, dopo che si era impossessato dei soldi della chiesa; ok mi son detto questo e il mio posto. Li ho costruito una capanna ed ho scoperto la poverta, cioe ho capito che il problema non era per i poveri, era con i poveri. E questo il cambiamento che il missionario deve fare, e cosi e cominciata “l’avventura” che e la piu bella della mia vita. Ho conosciuto i profeti piu belli: i vescovi del nordest Helder Camara, Casaldaliga e Fragoso, e li sono rimasto sino al 1991, per poi trasferirmi a Joao Pessoa, un’altra periferia vicino a Recife, ma ogni due-tre anni tornavo nella mia baracca e lavoravo nei campi con i contadini, per condividere in tutto la loro vita.
Era il periodo della dittatura militare in Brasile, eppure abbiamo creato il Partito dei Lavoratori, un sindacato rurale, per questo impegno sociale nel 2008, mi e valso un riconoscimento del governo del Piaui, che ho lasciato in Brasile.

Molti che ti conoscono sanno della tua “passione” della preghiera mattutina, perché questa preferenza?

A un certo punto ho lasciato la vita di parrocchia, ed ho incominciato la vita tra i poveri a Canaa in una baracca a 50 km da Teresina, dove torno sempre nei miei viaggi, e dove ho scoperto la bellezza del silenzio e se oggi qualcuno mi chiedesse l’essenza della mia missione.... risponderei la semplicita e la forza del silenzio.
La bellezza della preghiera nella “madrugada”, cioe il tempo prima dell’alba, cosa che tuttora a Cernusco continuo a fare. Questa e una cosa, che se potessi parlare ai giovani, descrivere la bellezza della fatica fisica, che noi allora in oratorio chiamavamo “sacrificio”, ma che io chiamo fatica e di come ti avvicina alla preghiera.

In questi anni hai organizzato numerosi viaggi per far conoscere il nordest brasiliano a molti giovani e non, com’è nata l’idea?

Dalla voglia di condividere e di far conoscere una realta, quella del nordest brasiliano, povero ma ricco di fede e di umanita. Io li chiamo i “viaggi della solidarieta” dove in una ventina di viaggi, ho portato almeno 500 ragazzi, verso luglio-agosto. Lanciavo l’idea qui a Cernusco, Verona, Cassina, una volta giunti in Brasile, li dividevo in gruppi di cinque persone e li lasciavo nei vari villaggi da soli, con i contadini a condividere le loro fatiche. Un’attivita che dava frutti meravigliosi lasciando in ogni partecipante la bellezza della poverta e del Brasile.

Sei sempre stato un “trascinatore”, da dove viene questo tuo carisma?

Certamente questa passione viene dalla fede, anche da giovane ero il trascinatore tanto che quando incontro i miei coetanei, ancora oggi, mi confessano lo stupore che io sia diventato prete, visto lo scavezzacollo che ero. Questa “passione” l’ho messa al servizio di qualcosa di bello che e la solidarieta, il mio sogno sarebbe di creare uno scambio tra le sponde, ecco perche i dipinti di Joao Batista per far conoscere l’arte del nordest e perche porto i ragazzi la, intanto che parlo mi viene la nostalgia, ora che ho un cuore “nuovo”, vorrei ripartire subito.

Cosa pensi di aver lasciato a tutta quella gente che hai incontrato durante la tua missione?

Per rispondere alla tua domanda ti racconto cosa mi hanno detto i contadini, quando gli ho chiesto se erano contenti dei miei viaggi, la risposta e stata”certo che siamo contenti, ci aiuti a costruire pozzi o case per macinare la tapioca, ma la cosa che ci fa piu piacere, e che capiamo che sei stato con Lui, Gesu Cristo”. Questo mi riempie il cuore, perche la vicinanza a Lui attraverso la preghiera e capita dalla gente. In questi giorni ho scoperto una frase di don Giussani bellissima che mi ha ricordato i miei anni in Brasile “non importa che scarpe usi e i passi che fai, quello che importa sono le orme che tu lasci nel cuore della gente”. Ecco spero di aver lasciato qualche impronta.

Quali sono i tuoi desideri attuali?

I miei desideri sono, uno quello di poter ogni anno ritornare in Brasile per convivere il contatto con la poverta, troppo bello, non per niente San Francesco la chiamava mia sorella poverta; l’altro di vedere una Chiesa piu sciolta e meno imbrigliata nei suoi riti, e spero davvero che un Papa come Francesco, straordinario nella sua testimonianza, che in America Latina l’abbiamo sentito veramente vicino, possa riuscire a farlo. Inoltre ringrazio ancora una volta della generosita dei Cernuschesi, mi piacerebbe farlo anche con un gesto semplice, ma nello stesso tempo speciale, cioe celebrare una messa con tutti i missionari cernuschesi testimoniando la storia missionaria della nostra Chiesa cernuschese, a proposito perche come Voce Amica non promuovete questa bella idea?

a cura di Roberto Beretta
per Voce Amica Giugno 2020

Quando si potrà festeggiare...

In questo periodo ricco di avvenimenti per la comunita cernuschese, si sta programmando un momento adatto per festeggiare e ricordare i 50 anni di messa di don Sandro, tenendo anche conto delle limitazioni derivate dal Coronavirus. Magari si potrebbe sperare in un prossimo ritorno dalla missione di padre Emilio, in modo da concelebrare, con altri missionari cernuschesi, una messa di ringraziamento, proprio come ha auspicato don Sandro a fine intervista!

Su Voce Amica di Giugno sono disponibili alla lettura numerosi interventi ed approfondimenti.