A Verona si è riunita la Chiesa italiana per valutare il passato e prospettare il futuro

Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo

Chiuso il convegno di Verona (16-20 ottobre 2006), la Chiesa italiana riprende il cammino, meglio non si è mai fermata, ed ha un punto di riferimento in più per guardare il futuro e progettare la propria presenza nella società.

Ma come può interessare la nostra comunità cernuschese un convegno tenutosi in un'altra città, con pochi delegati della nostra diocesi e con una preparazione che ha interessato solo un piccolo gruppo di fedeli?

Certo, non è pensabile che tutti siano sempre coinvolti su tutto, ma questo appuntamento della Chiesa italiana si pone come momento strategico della pastorale di questo decennio e quindi non può non riguardare anche noi.

Ma che cos’è il convegno di Verona?

Partiamo da lontano.

Dopo il fermento avutosi in seguito al Concilio Vaticano II, la Chiesa italiana si è subito chiesta come poter rispondere alle istanze della società moderna in modo coerente con il Vangelo. Il Concilio aveva chiesto ai vescovi di riunirsi in quelle che sono diventate le Conferenze Episcopali nazionali, per decidere insieme orientamenti e prospettive pastorali. Così anche i vescovi italiani si sono ritrovati. Tra le prime esigenze è maturata la decisione di stabilire un orientamento per ogni decennio e al cuore del decennio fissare un convegno nazionale per fare il punto della situazione e rilanciare la pastorale con una sferzata di vitalità.

Così negli anni ’70 si è parlato di Evangelizzazione e Sacramenti  e nel 1976 si è tenuto il primo convegno a Roma (Evangelizzazione e promozione umana): ne nacque un profondo rinnovamento della catechesi e si rilanciò la presenza dei cattolici in politica – allora c’era ancora il grande partito dei cattolici; negli anni ‘80 il tema fu “Comunione e comunità” e il convegno si tenne a Loreto nel 1985; arrivarono gli anni ’90 e il tema ruotava attorno alla carità, ne venne fuori il convegno di Palermo che propose una carità animata da una sana spiritualità e per rianimare i cattolici nella società civile (ormai il partito unico era tramontato) nacque il progetto culturale.

Ed eccoci al primo decennio del 2000. il tema proposto in questi anni è: “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”. Interessante intonazione proprio sulla comunicazione, ormai l’elemento dominatore nelle società occidentali e per il convegno nazionale a Verona la declinazione del tema è stato: “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”, con l’accento a proporsi come comunicatori che sanno anzitutto testimoniare nella propria vita e nella propria comunità i valori del Vangelo.

Ecco allora, un primo risultato utile anche alle nostre comunità locali: l’impegno della chiesa italiana sta in un cammino che ci rende sempre più testimoni in prima persona. Non abbiamo più una società uniforme, non abbiamo più garanzie sociali e politiche, è quindi necessaria una presa di coscienza personale e comunitaria che sappia riscoprire la vera dimensione cristiana. Non si tratta perciò di proporre moralismi cattolici e perbenismi sociali, è questione di testimonianza vera e delle più alte. Come si fa ad essere testimoni del Risorto? Che cosa vuol dire? Come renderla concreta questa testimonianza? A questi interrogativi ha cercato di rispondere il convegno di Verona.

Per un osservatore esterno il convegno può sembrare una sorta di festival in cui passano in rassegna nomi illustri e illustri sconosciuti, ma l’anima dei partecipanti è senza dubbio diversa. Anzitutto i delegati di tutte le diocesi italiane (2700 persone in tutto) si erano preparati da tempo, seguendo una traccia di lavoro pubblicata (quindi disponibile a tutti) e inviando il proprio contributo ad una segreteria centrale. Inoltre, nell’ultimo anno si sono tenuti alcuni appuntamenti su cinque tematiche, definiti ambiti. Questi ambiti sono stati il cuore del convegno, perché sono stati il luogo di lavoro effettivo dei delegati.

Oltre le relazioni fondamentali, tutte di alto livello, il lavoro è stato nei gruppi per ambiti. I cinque temi sono: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione, la cittadinanza.

Di tutto ciò che si è detto, cinque relatori hanno fatto il punto nelle loro relazioni. Guardiamo in breve.

Il primo ambito riguarda la vita affettiva, si vede già una nuova significativa attenzione, perché di solito i cattolici parlano di famiglia, morale familiare…, qui invece si parte dalla dimensione più universale e da una caratteristica dominante per ogni uomo: la vita affettiva, se è l’amore l’unica forza capace di rendere piena la vita, non si può che partire da qui. In mezzo a tempeste che si scatenano sulle relazioni umane e nell’inquinamento prodotto in esse, si staglia la testimonianza cristiana che vuole “mostrare il bene dell’affettività”. “sforzarsi di rigenerare le nostre relazioni familiari nella loro più autentica e profonda valenza relazionale e simbolica…, accettare, da pellegrini e stranieri, il rischio di dare fiducia all’altro, nello scorrere delle transizioni che mettono alla prova i legami, ma nella sicurezza della meta per il cui raggiungimento vale la pena di impegnarsi”. Così si è espressa tra l’altro Raffaella Iafrate, docente di Psicologia dei gruppi e di comunità alla Cattolica di Milano, “lanciare una sfida al non senso a cui sono ridotte oggi le relazioni umane”. E anche la famiglia fondata sul matrimonio, al posto della quale si invocano soluzioni caricaturali basate sulla sola affettività: come i Pacs, forme di “legame leggero” e non vincolante.

Il secondo ambito punta al lavoro e alla festa. Il mondo del lavoro è in radicale trasformazione. E con esso cambia anche il modo di vivere la festa. Per capire come queste realtà mutano, e per capire lo spazio che può avere la testimonianza cristiana della speranza in questo ambito, occorre ascoltare il ritmo dell’alternarsi di fatica e riposo. Sotto la lente dello studioso (Adriano Fabris) sono finiti dapprima le trasformazioni nel mondo produttivo, il concetto di festa, poi la loro relazione e, infine, il tempo cristiano. Ha parlato anche di diritto e lavoro, lavoro e consumo per concludere con la dimensione della festa, capace di illuminare la realtà del lavoro che altrimenti finisce per disintegrare l’uomo in una smania di ricerca di benessere e potere.

Terzo tema: la fragilità umana. In questo ambito l’attenzione si è concentrata su tutte le forme in cui la vita è minacciata dal momento iniziale a quello finale, dalla malattia alle forme di emarginazione, solitudine, indigenza. Qui la chiesa si pone come una realtà capace di gettare reti in questo mare inquieto, costruendo ponti di solidarietà. In questa situazione i cristiani sono chiamati a vivere una testimonianza con efficacia, coraggio e “fedele perseveranza ma “soprattutto con profonda e sincera umiltà” di finte a marginalità e situazioni estreme che sono come “quadri della passione” di tante vite anonime.

Quarto ambito: la tradizione. L’Italia è piena di valori cristiani che sono presenti ovunque, dall’arte al costume, dalla vita civile a quella ecclesiale, sono presenti nella letteratura e nella storia, nella filosofia e nel teatro. È una tradizione che non è confinata al passato ma continua a dare ancora oggi un apporto significativo alla costruzione di una società più umana, perché il cristiano quando si propone di seguire Dio, diventa anche appassionato dell’uomo e delle sue vicende terrene, e guardando a Dio si ha anche una chiara visione di quale sia la verità dentro la vita.

Quinto ambito: la cittadinanza. Era un tema molto atteso per le tante implicazioni sociali. I cristiani si sono sempre sentiti appieno cittadini del mondo, sempre impegnati a livello civile. Gli ultimi anni sono stati però per i cattolici italiani disorientanti per un verso ma carichi di speranza per il futuro. Finita l’epoca dell’unità dei cattolici in politica, crollate le grandi ideologie, si corre il rischio di finire in un pragmatismo, che forse risolve i problemi quotidiani delle nostre città, ma non ha un progetto verso cui far confluire gli sforzi di ciascuno. È ancora debole la traduzione dei valori cristiani in categorie accessibili a tutti, in modo che siano questi a vivificare la vita delle città. Per questo è necessaria la più ampia partecipazione ad ogni livello dentro la Chiesa e fuori di essa, come ha concluso il relatore Luca Diotallevi.

La nostra riflessione ha preso avvio dai cinque ambiti di cui forse sui mass media si è parlato poco. Attenzione maggiore è stata riservata ai personaggi illustri che sono intervenuti. Ma questi ambiti sono proprio la risorsa importante per tutte le comunità cristiane italiane. Se non ci fosse stato il lavoro di tutti in questi settori, la grandezza delle relazioni fondamentali avrebbe perso molto del loro valore.

A questo punto è necessario dire qualcosa sui grandi relatori. L’inizio del convegno è stato tutto milanese, la prolusione infatti è stata del Card. Dionigi Tettamanzi (Presidente del comitato preparatorio). Ascoltandolo sia ha l’impressione del tracciato di un grande inno alla speranza. Inizia definendo lo stile virtuoso della speranza, uno stile che caratterizza e distingue il cristiano. Poi il discorso si divide in due parti, nella prima mette in evidenza due aspetti di maturazione del cattolicesimo italiano: la consapevolezza della missione evangelizzatrice e la maturazione di una maggiore coscienza della comunione ecclesiale. La testimonianza come evangelizzazione che avviene all’interno di una armoniosa comunione tra i cristiani, recuperando quell’idea dell’ecclesiologia di comunione maturata dal Concilio Vaticano II. L’ultima parte del testo è la ricerca della testimonianza di Gesù Risorto come l’unica forza per aprire un orizzonte di senso ed entrare nel vissuto esistenziale delle persone, il tutto condito dall’immancabile gioia cristiana, un invito quindi a svecchiare le nostre azioni e celebrazioni dalla patina di un malinteso tradizionalismo. Ed ha concluso: “E perché non rilanciare una rinnovata “spiritualità della gioia cristiana”, l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto?”

La relazione fondamentale di apertura è stata affidata ad un teologo di fama internazionale ma molto conosciuto a Cernusco, Don Franco Giulio Brambilla. Già inserito nel comitato di preparazione ha potuto così esprimere, oltre alla sua elaborazione teologica del tema, anche le istanze maturate prima del convegno. Nel suo discorso ha parlato del cattolicesimo italiano come di una foresta che cresce, senza fare troppo rumore ma in continua maturazione. In una intervista a proposito della qualità del cristianesimo ha detto: «Metterei al primo posto la tipicità della dimensione escatologica del cristianesimo. Non un aldilà che viene dopo l’aldiqua, ma l’aldilà che dà senso all’aldiqua, come ha ricordato splendidamente il Papa. Quindi la popolarità del cattolicesimo italiano, vera caratteristica fondamentale della nostra Chiesa. Poi il protagonismo dei laici e la necessità di una loro sempre più approfondita formazione. Infine la trasversalità degli ambiti, la novità pastorale di Verona 2006».

La prospettiva della dimensione escatologica è certamente condivisa da Benedetto XVI, il grande atteso che non ha deluso. Ha tenuto un discorso all’assemblea e ha celebrato la messa per tutti allo stadio. Nelle sue parole accanto a riferimenti alti di vita cristiana c’è stato spazio anche per alcune indicazioni concrete a proposito di educazione, di carità e di spiritualità. A proposito di cittadinanza e di testimonianza cristiana, il Papa ha ripreso un’idea che già da qualche tempo si è affacciata nella realtà italiana, quella di creare una sorta di alleanza con uomini di cultura (i teocon) che non si dicono cristiani ma che vogliono dialogare con i cristiani e si pongono domande sulla fede. Ratzinger stesso in passato ha prodotto testi in collaborazione con uomini di cultura non cristiani disposti al confronto.

Tra le cose dette scegliamo questo passaggio:

“L'Italia però, come accennavo, costituisce al tempo stesso un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, - e lo vediamo! - che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti, mentre è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle famiglie. È inoltre sentita con crescente chiarezza l'insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa e di un'etica troppo individualista:  in concreto, si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell'Italia.”

Grandi insegnamenti, dunque, accanto a piste concrete per realizzare quella testimonianza di cui hanno bisogno anzitutto le nostre comunità cristiane e di conseguenza la società civile.

Nell’articolo sono stati utilizzati come fonte gli articoli on-line di Avvenire. Per approfondire e conoscere tutti i testi del convegno: www.convegnoverona.it

 

Gianni Cervellera