Sabato 11 Luglio

Presentazione del Signore



A quaranta giorni dal Natale ricorre la solennità liturgica della Presentazione del Signore Mentre la Legge ebraica prescriveva che ogni maschio primogenito doveva essere offerto a Dio usufruendo del sacrificio sostitutivo di un animale, la rilettura evangelica intravede in questo episodio il segno salvifico di Gesù crocifisso che Si offre tutto al Padre Suo.

Gesù in braccio a Simeone
Due anziani, testimoni di lungo corso della spiritualità ebraica, attendono pazienti nel tempio. Simeone “aspettava la consolazione d'Israele” e Anna che per la stessa ragione “non si allontanava mai dal tempio”. Ed ecco sopraggiungere Maria e Giuseppe con Gesù Bambino. Come d'incanto s'avvia una scena piena di tenerezza. Come se due generazioni così distanti s'incontrassero mescolando le proprie attese, come l'inizio di una tradizione di Dio dentro la storia degli uomini che si passano il testimone. Simeone vede compiersi tutte le sue attese, perché “i miei occhi hanno visto la tua salvezza” mentre Anna cantando “si mise anche lei a lodare Dio” e le sue parole già dicono un annuncio, tanto che “parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. E poi ecco la tenerezza di un gesto che solo possiamo immaginare senza forzare troppo l'essenzialità dell'evangelo. Già vedo, infatti, Maria che consegna alle braccia di Simeone Gesù bambino, mentre gli occhi del vegliardo già si riempiono di commozione. Intanto le labbra intonano una preghiera di ringraziamento che il Vangelo registra, a testimonianza della sua visione, carica di uno stupore che è già fede: “ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Gesù bambino che Simeone stringe tra le braccia è il compimento di un'esistenza tutta vissuta nell'attesa di Lui.

La danza della fede
E mi lascio portare dalla forza dell'immaginazione. Come se in un momento così carico di tenerezza s'avvii la danza della fede. E una semplice constatazione: ogni volta che Gesù bambino incontra qualcuno mentre S'inoltra nel mondo, s'avvia anche tutto un movimento. I passi di una danza che ancora ci è data la grazia di imparare. Non sono ancora le emozioni forti o la conversione decisa che le parole di un Gesù diventato adulto avrebbero poi suscitato nei Suoi ascoltatori. Neppure siamo in presenza dello stupore di qualche Suo segno miracoloso, strabiliante, che subito suscita domande e pensieri in chi era presente. Qui si tratta soltanto di una percezione iniziale e leggera del mistero di Dio che inizia nella storia la Sua presenza. Suscitando una tensione, una danza in chi ha il senso dell'attesa e sa ancora aspettare. Come Elisabetta, che sente sussultare nel ventre il suo bambino, mentre Maria intona il suo Magnificat danzando. O anche Zaccaria, che sino al momento della nascita di suo figlio era rimasto muto, come d'incanto innalza a Dio il suo Benedictus: “la bontà misericordiosa del nostro Dio per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte” (Lc 2,78-79). Un'antifona della liturgia ambrosiana della festa della Presentazione nota che tanto Simeone teneva tra le braccia Gesù Bambino, quanto era Gesù bambino che lo conduceva: Senex puerum portabat / puer autem senem regebat). Proprio questi sono i movimenti essenziali della nostra fede.

I passi della Sua danza
Non siamo, tuttavia, davanti ai primi passi di una danza ingenua e senza senso, senza direzione. Tanto che le parole che il vecchio Simeone pronuncia guardando in volto Maria sono una profezia esigente, già carica del presentimento del dolore che solo la morte di un figlio sa causare: perché “egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima”. Un vero e proprio contro passo, un passaggio che dice un'inversione di rotta, una mèta non facile da guadagnare. Come ne avesse bisogno Maria per dare completezza ai suoi pensieri, per dare pienezza alla sua fede. Del resto, è proprio quel sacrificio rituale di un figlio di Israele che stava cambiando e che proprio Suo Figlio avrebbe reinventato. Nella prospettiva di un dono di un dono senza fine di Sé che proprio Lui avrebbe pienamente consumato morendo in croce. Nietzsche aveva osato affermare: “Potrei credere solo in un Dio che sappia danzare!”. Una danza che va compresa non a partire dai nostri passi o dai nostri intrecci di pensiero, ma dai passi che il Figlio di Dio ci ha insegnato, abbandonandoSi senza riserve a morire come Lui sulla croce. Forse “per essere un buon danzatore, con te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce. Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace di segnare. Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te”. (Madeleine Delbrêl, Il ballo dell'obbedienza).


don Walter Magni dal sito www.qumran2.net (immagine di copertina: Perugino -  Pala di Sant’Agostino (Presentazione di Gesù al tempio) dal sito it.wikipedia.org)



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